Diffamazione: scriminante
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Articolo del 30/05/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


La scriminante dell’esercizio di un diritto nel reato di diffamazione

SOMMARIO: 1. Inquadramento del delitto di diffamazione; 2. Le cause di non punibilità; 3. Le cause di giustificazione: in particolare, l’esercizio di un diritto.

1. Inquadramento del delitto di diffamazione
L’art. 595 c.p. disciplina il reato di diffamazione, descritto dal legislatore nella condotta di “chiunque, fuori dei casi indicati nell'articolo precedente, comunicando con piu' persone, offende l'altrui reputazione”.
L’elemento materiale del reato implica dunque tre requisiti:

 l’assenza dell’offeso
Per quanto concerne il primo requisito si può agevolmente dedurre dall’inciso “fuori dei casi indicati nell’articolo precedente”, ossia il reato di ingiuria. Ne deriva che il reato di diffamazione ed il reato di ingiuria, descritto all’art. 594 c.p. come il fatto di “chiunque offende l'onore o il decoro di una persona presente”, non possono mai concorrere formalmente.

 l’offesa dell’altrui reputazione
Sotto il profilo invece dell’offesa dell’altrui reputazione, si tratta di un qualsiasi comportamento, secondo alcuni autori (ANTOLISEI) anche omissivo, che si traduca in una lesione dell’onore ed il decoro di una persona. La cassazione ha precisato che, in tema di tutela penale dell’onore al fine di accertare se l’espressione utilizzata sia idonea a ledere il bene protetto dalla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 594 c.p., occorre fare riferimento ad un criterio di media convenzionale in rapporto alla personalità dell’offeso e dell’offensore nonché al contesto nel quale detta espressione sia stata pronunciata ed alla coscienza sociale (Cass., 26 settembre 2007, n. 35548). Più di recente la medesima Corte ha precisato che il criterio cui fare riferimento ai fini della ravvisabilità del reato è il contenuto della frase pronunziata ed il significato che le parole hanno nel linguaggio comune, prescindendo dalle intenzioni inespresse dell’offensore, come pure dalle sensazioni puramente soggettive che la frase può aver provocato nell’offeso (Cass., 21 febbraio 2007, n. 7157).

 la comunicazione a più persone
Nel reato di diffamazione, a differenza che nell’ingiuria, è espressamente richiesta la comunicazione a più persone, ossia la divulgazione con qualsiasi mezzo (a voce, per iscritto, ecc.) ad almeno due persone del fatto offensivo; non è richiesta, invece, la contemporaneità della comunicazione, potendo essa aver luogo in tempi diversi ed anche ad intervalli più o meno lunghi (ANTOLISEI).

Sono previste delle circostanze aggravanti speciali e la pena prevista per il reato base viene quindi aumentata se l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, 
se l'offesa e' recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicita', ovvero in atto pubblico, 
se l'offesa e' recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorita' costituita in collegio, le pene sono aumentate.

2. Le cause di non punibilità
Il codice prevede poi alcune cause speciali di non punibilità disciplinate agli artt. 596 e ss. c.p.
In particolare, in base all’art. 596 c.p. (esclusione della prova liberatoria), si stabilisce che 
”il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non e' ammesso a provare, a sua discolpa, la verita' o la notorieta' del fatto attribuito alla persona offesa. 
Tuttavia, quando l'offesa consiste nell'attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l'offensore possono, d'accordo prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giuri' d'onore il giudizio sulla verita' del fatto medesimo. 
Quando l'offesa consiste nella attribuzione di un fatto determinato, la prova della verita' del fatto medesimo e' pero' sempre ammessa nel procedimento penale: 
1) se la persona offesa e' un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all'esercizio delle sue funzioni; 
2) se per il fatto attribuito alla persona offesa e' tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale; 
3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verita' o la falsita' del fatto ad esso attribuito. 
Se la verita' del fatto e' provata o se per esso la persona, a cui il fatto e' attribuito e', per esso condannata dopo l'attribuzione del fatto medesimo, l'autore della imputazione non e' punibile, salvo che i modi usati non rendano per se' stessi applicabili le disposizioni dell'articolo 594, comma primo, ovvero dell'articolo 595 comma primo”. Orbene, tale disposizione stabilisce, al primo comma, un principio generale, in base al quale il colpevole di ingiuria o diffamazione non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa”. Tale principio ha tuttavia un ambito di applicazione piuttosto limitato, dato che al secondo comma, vengono invece descritte le ipotesi in cui risulta comunque possibile ricorrere alla prova liberatoria per escludere la colpevolezza. La Corte costituzionale, inoltre, con sentenza 14 luglio 1971, n. 175, ha stabilito che la cd. exceptio veritatis deve ritenersi sempre ammessa allorché la diffamazione (con attribuzione di un fatto determinato) sia stata commessa nell’esercizio del diritto di cronaca, in quanto tale prova mira a dimostrare l’esistenza della causa d giustificazione di cui all’art. 51 c.p.


Ai sensi dell’art. 596 bis c.p. (diffamazione col mezzo della stampa), così come introdotto dall’art. 4 della legge 4 marzo 1958, n. 127, “se il delitto di diffamazione e' commesso col mezzo della stampa le disposizioni dell'articolo precedente si applicano anche al direttore o vice-direttore responsabile, all'editore e allo stampatore, per i reati preveduti negli articoli 57, 57 bis e 58”.

In base poi all’art. 598 c.p. (offese in scritti e discorsi pronunciati dinnanzi alle Autorita' giudiziarie o amministrative), si chiarisce che 
”on sono punibili le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinnanzi all'Autorita' giudiziaria, ovvero dinnanzi a un'autorita' amministrativa, quando le offese concernono l'oggetto della causa o del ricorso amministrativo. 
Il giudice, pronunciando nella causa, puo', oltre ai provvedimenti disciplinari, ordinare la soppressione o la cancellazione, in tutto o in parte, delle scritture offensive, e assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale. Qualora si tratti di scritture per le quali la soppressione o cancellazione non possa eseguirsi, e' fatta sulle medesime annotazione della sentenza”. Tale causa speciale di non punibilità è la cd. libertas convincii e ricorre a condizione che l’offesa sia limitata all’oggetto del contendere.

In base all’art. 599 c.p. (ritorsione e provocazione), si stabilisce che 
”nei casi preveduti dall'articolo 594, se le offese sono reciproche, il giudice puo' dichiarare non punibili uno o entrambi gli offensori. 
Non e' punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dagli articoli 594 e 595 nello stato d'ira determinato da un fatto ingiusto altrui, e subito dopo di esso. 
La disposizione della prima parte di questo articolo si applica anche all'offensore che non abbia proposto querela per le offese ricevute”. L’esimente della provocazione, contemplata all'art. 599 c.p. trova applicazione solo in presenza di un nesso logico fra le accuse di una parte e la reazione della controparte. Tale collegamento deve essere inteso, non già sotto un profilo temporale, bensì con riguardo ai reciproci addebiti (Cass. civ., Sez. III, 28 gennaio 2008, n. 7684). L’esimente della provocazione in realtà trova la medesima ratio dell’attenuante comune prevista all’art. 62, n. 2 c.p. In dottrina ed in giurisprudenza si ritiene che il fatto ingiusto può consistere sia in un fatto illecito che semplicemente in un fatto contrario alle comuni regole del vivere civile. L’esimente è applicabile infine anche nel caso in cui la reazione dell’agente sia stata diretta contro persona diversa dal provocatore, quando quest’ultimo sia legato all’offeso da rapporti tali da giustificare, alla stregua delle comuni regole di esperienza, lo stato d’ira e quindi la reazione offensiva (Cass., 8 aprile 2002, n. 13162).
3. Le cause di giustificazione: in particolare, l’esercizio di un diritto
Orbene, per quanto concerne le cause invece di giustificazione, nell’ambito del reato di diffamazione assai frequentemente trovano applicazione l’adempimento di un dovere e l’esercizio di un diritto.
In questo senso, nelle azioni risarcitorie da diffamazione a mezzo stampa la ricostruzione storica dei fatti, la valutazione del contenuto degli scritti o più in generale delle espressioni grafiche adoperate, l'accertamento in concreto dell'attitudine offensiva di tali espressioni, la valutazione dell'esistenza dell'esimente del diritto di critica o di satira costituiscono accertamento di fatto riservato al giudice di merito e sindacabile in sede di legittimità per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, rimanendo esclusa ogni rivalutazione dei fatti (Cass. 18 ottobre 2005, n. 20137; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20139; Cass. 24 gennaio 2000, n. 747). In particolare, dunque, si tratterebbe dell’esercizio di diritti di espressione, costituzionalmente garantiti, nelle forme del diritto di cronaca, di satira e di critica. Soprattutto in giurisprudenza sono stati individuati alcuni parametri che agevolano l’attività dell’interprete nell’applicazione di tali cause di giustificazione.

 Il diritto di cronaca
Il diritto di cronaca giornalistica è un diritto pubblico soggettivo, che rientra in quello più ampio concernente la libera manifestazione di pensiero e di stampa, sancito dall’arti 21 della Costituzione.
Anche l’esercizio del diritto di cronaca tuttavia deve rispettare alcuni limiti per avere efficacia scriminante, sulla base dei parametri della verità, pertinenza e continenza dei fatti riportati. Per la precisione, una sentenza storica della Corte di Cassazione (sent. 10 ottobre 1984 della prima sezione civile) ha precisato che il diritto di stampa e cioè la libertà di diffondere attraverso la stampa notizie e commenti, sancito in linea di principio dall’art. 21 Cost. e regolato dalla legge 8 febbraio 1948, n. 47 è legittimo quando concorrono le seguenti tre condizioni: utilità sociale dell’informazione; verità dei fatti esposti e forma “civile” dell’esposizione dei fatti e della loro valutazione.

Il parametro della verità esprime la necessità della corrispondenza al vero tra fatti accaduti e fatti narrati (verità obiettiva) ovvero, secondo un orientamento più attento alla dimensione operativa della valutazione, la verità legittimamente ritenuta o putativa della notizia, desumibile dalla diligenza impiegata dal professionista nelle ricerche di riscontro della verità dei fatti oggetto di narrazione (Cass., Sez. Un., 30 giugno 1984).

Ogni accostamento di notizie vere è lecito, se esso non produce un ulteriore significato che le trascenda e che abbia autonoma attitudine lesiva. È legittimo l'esercizio del diritto di cronaca quando sia riportata la verità oggettiva (o anche solo putativa) purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca dei fatti esposti, che non può ritenersi rispettata quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o anche soltanto colposamente, taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato (Cass. 18 ottobre 1984 n. 5259). La Cassazione sottolinea, quindi, l’importanza della valutazione complessiva delle vicende narrate ai fini dell’efficacia esimente della libertà di cronaca, ponendo in risalto l’interrelazione tra i pur veritieri singoli fatti riferiti e quelli, connessi ai primi, ma indebitamente taciuti. In tal modo, si contestualizza il requisito della verità, privando dell’efficacia scriminante tutte le narrazioni, che, pur veritiere, sovvertano il significato del fatto storico perchè svincolate dalla vicenda considerata nella sua interezza. Deve sottolinearsi che sul giornalista grava l’onere anche processuale di dimostrare la bontà del metodo di lavoro usato, la diligenza approntata, la attendibilità delle fonti utilizzate. In base a tali principi, da ritenere oramai consolidati, la verità, almeno putativa, delle notizie pubblicate avrebbe dovuto essere accertata alla stregua di quanto conosciuto o conoscibile dalla giornalista alla data di pubblicazione dell'articolo.

Il requisito della pertinenza indica invece l’interesse dell’opinione pubblica alla divulgazione dei fatti narrati. La cassazione ha precisato infatti che “in materia di diffamazione a mezzo di stampa, il diritto di critica va riconosciuto nei confronti di personaggi la cui voce ed immagine abbia vasta risonanza presso la collettività grazie ai mezzi di comunicazione, anche quando si manifesti in forma penetrante e talvolta impietosa” (Cass., 30 novembre 1995, n. 11664).

Da ultimo, come terzo parametro, l’elemento della continenza coincide con la correttezza dell’esposizione della notizia, in modo tale da evitare gratuite aggressioni all’altrui reputazione. Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, tuttavia, il giudizio di liceità della cronaca non può limitarsi ad una valutazione degli elementi formali ed estrinseci, ma deve estendersi anche ad un esame dell'uso di espedienti stilistici, che possono trasmettere ai lettori, anche al di là di una formale ed apparente correttezza espositiva, giudizi negativi sulla persona che si mira a mettere in cattiva luce (Cass., sez. III, 16 maggio 2007, n. 11259).

Il giudizio di disvalore sulla persona coinvolta nella narrazione dei fatti, indice della illiceità della cronaca, può dirsi quindi sussistente in tutte le ipotesi in cui la correttezza solo formale ed apparente dell’esposizione dei fatti da parte del giornalista trasmetta ai lettori giudizi negativi sulla persona.

 Il diritto di satira
Anche la satira è configurabile come diritto soggettivo di rilevanza costituzionale; tale diritto rientra a pieno titolo dunque nell'ambito di applicazione dell'art. 21 Cost. che tutela la libertà dei messaggi del pensiero. Secondo la definizione offerta della giurisprudenza di legittimità, la satira comunque si esprima e, cioè, in forma scritta, orale, figurata, costituisce una critica corrosiva e spesso impietosa basata su una rappresentazione che enfatizza e deforma la realtà per provocare il riso (anche, ad esempio, attraverso la caricatura).
La peculiarità della satira, che si esprime con il paradosso e la metafora surreale, la sottrae al parametro della verità e la rende eterogenea rispetto alla cronaca; a differenza di questa che, avendo la finalità di fornire informazioni su fatti e persone, è soggetta al vaglio del riscontro storico, la satira assume i connotati dell'inverosimiglianza e dell'iperbole per destare il riso e sferzare il costume (Cass., sez. III, 8 novembre 2007, n. 23314).
In definitiva, la satira si presenta come la riproduzione ironica e non cronaca di un fatto; essa esprime un giudizio che necessariamente assume connotazioni soggettive ed opinabili, sottraendosi ad una dimostrazione di veridicità.
Incompatibile con il parametro della verità, la satira è, però, soggetta al limite della continenza e della funzionalità delle espressioni adoperate rispetto allo scopo di denuncia sociale perseguito.
Sul piano della continenza, è stato affermato - soprattutto dalla giurisprudenza - che la satira, al pari di ogni altra manifestazione del pensiero, non può infrangere il rispetto dei valori fondamentali della persona, per cui non va riconosciuta la scriminante di cui all'art. 51 c.p. per le attribuzioni di condotte illecite o moralmente disonorevoli, gli accostamenti volgari o ripugnanti, la deformazione dell'immagine in modo da suscitare disprezzo o dileggio (Cass. pen., sez. V, 2 dicembre 1999, n. 2128; Cass. civ, 7 novembre 2000, n. 14485), più particolarmente è stata esclusa la scriminante nella satira che, trasmodando da un attacco all'immagine pubblica del personaggio, si risolva in un insulto gratuito alla persona in quanto tale (Cass. pen., sez. V, 11 maggio 2006, n. 23712) o nella rappresentazione caricaturale e ridicolizzante di alcuni magistrati posta in essere allo scopo di denigrare l'attività professionale da loro svolta attraverso l'allusione a condotte lesive del dovere funzionale di imparzialità (Cass. pen., sez. V, 4 giugno 2001, n. 36348).
 Il diritto di critica
Infine, anche il diritto di critica è una forma del diritto di manifestazione del pensiero sancito dall’art. 21 della Costituzione. Tuttavia, così come per il diritto di cronaca e per il diritto di satira, anche il diritto di critica va esercitato entro limiti ben precisi perché possa invocarsi la causa di giustificazione dell’esercizio di un diritto, ai sensi dell’art. 51 c.p. Il diritto di critica si concretizza nell'espressione di un giudizio o, più genericamente, di un'opinione che sarebbe contraddittorio pretendere rigorosamente obiettiva, posto che per sua natura la critica non può che essere fondata su un'interpretazione necessariamente soggettiva di fatti e comportamenti (Cass., sez. III, 8 novembre 2007, n. 23314). È bene ricordare che il diritto di critica richiede un margine di tolleranza più ampio rispetto al diritto di cronaca, in quanto vengono in considerazione l'interesse pubblico alla conoscenza dei fatti ed alla valutazione dei comportamenti e delle scelte che interessano la collettività, e l'utilità sociale della discussione in materia.
Secondo la dottrina (DELPINO, Diritto penale, parte speciale, XVI ediz., Napoli, 2008), il limite essenziale del diritto di critica è costituito dal principio del neminem laedere per effetto del quale la critica deve:
a) mantenersi entro il limite della correttezza del linguaggio da usare in ogni forma di manifestazione del pensiero;
b) rispettare gli altrui diritti, tra cui quelli della reputazione, del decoro, della onorabilità di ogni persona fisica o giuridica.
Per essere legittima e prevalere sul diritto alla reputazione dei singoli il diritto di critica deve quindi essere esercitato entro limiti oggettivi fissati dalla logica concettuale e dall'ordinamento positivo.
Secondo l’indirizzo giurisprudenziale occorre un bilanciamento dell'interesse individuale alla reputazione con quello alla libera manifestazione del pensiero costituzionalmente garantito; bilanciamento da ravvisarsi nell'interesse dell'opinione pubblica alla conoscenza non del fatto oggetto di critiche, che è presupposto da essa ed è perciò fuori di essa, bensì di quella determinata interpretazione del fatto (Cass. 22 gennaio 1996, n. 465; Cass. 25 luglio 2000, n. 9746).
Nell'esercizio del diritto di critica si possono adoperare espressioni di qualsiasi tipo che si risolvano in lesione dell'altrui reputazione, purchè siano funzionali alla manifestazione di dissenso ragionato dall'opinione o dal comportamento altrui; non sono, invece, ammessi apprezzamenti negativi che degradino in gratuita aggressione distruttiva della reputazione, discreditando la vita altrui in qualcuna delle sua manifestazioni essenziali (Cass. 7 novembre 2000, n. 14485).


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