Il reato di incendio boschivo - danneggiamento
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Articolo del 30/03/2008 Autore Avv. Salvatore Magra Altri articoli dell'autore


Premesse alcune considerazioni sulla natura e sugli elementi costitutivi del reato di incendio boschivo, si soffermi l’attenzione sui rapporti tra questo reato e il reato d’incendio di cosa altrui, il reato di danneggiamento, seguito da incendio e il reato di danneggiamento comune aggravato, di cui all’art. 635, comma 2° c. c. p..

Prima dell’entrata in vigore del decr. legislativo 220-2000, l’incendio boschivo era configurabile come circostanza aggravante del reato d’incendio (art. 423 c.p.); attualmente, è fattispecie di reato autonomo, in cui è assente la distinzione tra incendio di cosa propria e incendio di cosa altrui ( cfr. art. 423 bis c.p.), la quale, invece, permane nell’art. 423.

Il reato d’incendio boschivo è stato introdotto nel codice penale con il decreto legge 220 del 2000, successivamente convertito con la legge 275-2000, in considerazione dell’esigenza, sempre più avvertita, di reagire al fenomeno degli incendi dolosi.

Occorre formulare qualche considerazione generale, in relazione ai delitti contro l’incolumità pubblica, in cui la sistematica del codice penale fa rientrare i reati d’incendio. Si tratta, in primo luogo, di tutelare la vita e l’integrità fisica delle persone. La peculiarità dei delitti in esame s’identifica nel tentativo di tutelare un pericolo, che non si riferisce a una o più persone determinate, ma tutela una pluralità indeterminata di soggetti.

Si aggiunge (ANTOLISEI) che, data la vaghezza della nozione di “incolumità pubblica”, è opportuno reputare che i reati, lesivi di tale bene giuridico, ledano anche gli interessi particolari delle persone danneggiate o insidiate e, pertanto, abbiano natura plurioffensiva. Questa osservazione implica che i delitti in questione siano posti a tutela di una pluralità di beni giuridici.

I delitti contro l’incolumità pubblica sono caratterizzati dal comune pericolo, che si definisce nella possibilità, remota o prossima, di espansione del danno attuale a un numero indeterminato di persone. Detto pericolo, da interpretarsi in senso oggettivo, in alcune fattispecie è presunto in via assoluta, allorché la portata espansiva del nocumento è insita nella natura stessa del fatto, secondo ciò che comunemente accade; in altre ipotesi, esso dev’essere accertato in concreto.

La tematica dei reati contro l’incolumità pubblica si collega a quella della distinzione tra reati a pericolo astratto e reati a pericolo concreto; in particolare, è nota la controversia, riguardo all’opportunità di reputare necessariamente presente, con presunzione non suscettibile di prova contraria, il pericolo per la pubblica incolumità in presenza di un “incendio” (vedi anche più avanti nel testo). Voci non isolate in dottrina hanno criticato le fattispecie di reato a pericolo presunto, prospettando dubbi di compatibilità costituzionale, a meno che il nesso tra fatto tipico ed esposizione a rischio del bene sia talmente evidente e percepibile, da non lasciare adito a dubbi di sorta, in relazione alla potenzialità lesiva del reato a pericolo astratto (si ritiene sia questo proprio il caso dei reati di incendio).

Il Legislatore, in materia d’incendio, fa scattare la sanzione penale già in presenza di un fatto di pericolo, in modo da rendere maggiormente effettiva la tutela dei soggetti, potenzialmente suscettibili di esser lesi. La considerazione normativa dell’incendio è coerente con la percezione, che di tale fenomeno ha la coscienza pubblica, la quale interpreta il medesimo, come uno dei più gravi pericoli per la comunità (MANZINI). Questa osservazione è, a maggior ragione, valida per gli incendi boschivi, in cui è presente un pregiudizio all’ambiente, con notevoli ripercussioni sulla collettività, tenendo conto della costante espansione del fenomeno.

L’incolumità pubblica non rappresenta un bene, diverso, rispetto alla vita e all’integrità fisica delle persone. L’elemento, caratterizzante tale locuzione, è l’anticipazione della soglia, entro la quale scatta la tutela penale, allorché avvengano fatti, di comune pericolo (incendio, strage etc.).

La modalità, attraverso cui l’ordinamento disciplina i reati di pericolo, rende tale categoria eterogenea e non riconducibile a uno schema unitario. Si è elaborata, come già ricordato, la distinzione fra reati di pericolo ”concreto”, in cui il pericolo rappresenta un elemento costitutivo della fattispecie incriminatrice, che dev’essere accertato in modo effettivo dal Giudice, e pericolo “astratto”, in cui si presume che, ricorrendo gli elementi costitutivi della fattispecie penale, che il pericolo sia “inre ipsa”.

E’ pacifica la qualificazione dei reati d’incendio in termini di reato di pericolo: occorre comprendere se si tratti di pericolo astratto o di pericolo concreto. Si parte dalla constatazione, per la quale, dal verificarsi di un incendio consegue solitamente un pericolo, per la pubblica incolumità. L’incendio può definirsi un fuoco violento e di vaste proporzioni, la cui estinzione richiede un impegnativo intervento e che ha la tendenza a diffondersi ulteriormente.

L’incendio boschivo rientra fra i reati a forma libera e può esser commesso da “chiunque” (così l’art. 423 bis) e, pertanto, non occorre un particolare legame tra soggetto attivo e oggetto tutelato. Proprio la natura “causalmente orientata” o a forma libera dell’illecito in esame rende possibile la concretizzazione del medesimo, anche attraverso un’omissione (ad esempio di una Guardia forestale o di un vigile del fuoco, titolari di una posizione di garanzia qualificata, in conformità al 2° c. dell’art.40, c.p.).

Secondo la giurisprudenza, devono intendersi incluse nella nozione di “bosco” anche le estensioni di terreno, in cui sia presente sterpaglia, boscaglia o macchia mediterranea. Ai fini dell’interpretazione in tali termini della nozione di “bosco”, si è utilizzato come riferimento l’art. 2 della legge 353 del 2000, il quale definisce l’incendio boschivo, quale “fuoco, dotato di capacità espansiva, appiccato, appiccato su aree boschive. cespugliate o arborate”, nonché su terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofia dette aree. La giurisprudenza della Cassazione ha utilizzato l’art. 2, citato, come paradigma, per pervenire a una corretta interpretazione dell’art. 423 bis, cod. pen.. (vedi anche più avanti nel testo).

Il bene giuridico, tutelato attraverso la fattispecie “incendio boschivo”, si presenta più ampio, rispetto a quello dell’incolumità pubblica, in quanto si estende anche al patrimonio forestale e all’ambiente, in generale. L’intento è quello di porre un argine al fenomeno della diffusione degli incendi dolosi di aree boschive, di dimensioni sempre più allarmanti.

Nell’incendio boschivo il pericolo, per il bene tutelato, è presunto, anche per l’ipotesi d’incendio di cosa propria. E’, quindi, punito allo stesso modo l’incendio di boschi e foreste proprie o altrui (con una rilevante differenza, rispetto alla disciplina, di cui all’art.423), in conformità alla volontà legislativa di sanzionare, attraverso una fattispecie di pericolo presunto, la distruzione del patrimonio forestale, a prescindere dalla circostanza se il bosco appartenga all’autore del reato, oppure ad altro soggetto.

Emerge una volontà legislativa, orientata a rendere più intensa la tutela, nell’ipotesi in cui l’incendio sia rivolto contro un bosco, in quanto l’attività incendiaria, in questa specifica ipotesi, incide su un bene di primaria importanza, quale è l’ambiente, il quale coinvolge l’intera collettività.

Gli elementi, che caratterizzano la fattispecie “incendio boschivo”, rispetto a quella, di cui all’art. 423, s’identificano nella specificità degli oggetti, che vengono direttamente tutelati dalla fattispecie in esame (“boschi, foreste, ovvero vivai forestali, destinati al rimboschimento”) nonché nella già rilevata assenza di distinzione fra incendio di cosa propria e di cosa altrui, presente, invece, nell’art. 423 cod. pen. (in cui l’incendio di cosa altrui è reato a pericolo presunto, mentre l’incendio di cosa propria è reato a pericolo concreto).

Ciò implica che, in relazione all’art. 423 bis, la presunzione di pericolo è presente, sia nell’ipotesi di incendio di un bosco altrui, sia in quella di incendio di un bosco proprio. Tale presunzione non è suscettibile di prova contraria, ma la sua assolutezza si stempera fortemente, ove si rilevi che, proprio nell’ipotesi di distruzione di aree boschive, emerge in modo quanto mai netto il nesso tra fatto tipico e pregiudizio per la pubblica incolumità, oltre che per l’ambiente.

E’ opportuno delineare le caratteristiche del reato di incendio di cosa altrui, disciplinato dall’art. 423, anche per meglio coglierne le diversità, rispetto alla fattispecie dell’incendio boschivo.

Va precisato che per “incendio” s’intende un fuoco, caratterizzato dalla vastità, dalla diffusibilità e dalla difficoltà di spegnimento, così da determinarsi una vasta propagazione del fenomeno. Pertanto, l’incendio è una particolare ipotesi del più ampio ambito del concetto di “fuoco”. La diffusività del fuoco non dev’essere necessariamente esterna all’oggetto dell’incendio, ma va riferita con riferimento a tale oggetto. Ai fini del verificarsi in concreto della fattispecie, di cui all’art. 423, la mera accensione del fuoco, derivante dal comportamento negligente dell’agente, è irrilevante, in quanto assume rilievo la creazione di un fuoco, caratterizzato da vastità delle proporzioni.

Non occorre, perché sussista il delitto d’incendio, la dimostrazione di un concreto pericolo per l’incolumità pubblica, in quanto è presente una presunzione assoluta del pericolo medesimo, allorché si riscontrino, nella vicenda concreta, le caratteristiche, tipiche dell’incendio (cfr. Cass. 13 ottobre 1981, 21 dicembre 1981, etc.). Pertanto, la fattispecie in esame è da considerare reato di pericolo presunto, in conformità al sopra ricordato orientamento giurisprudenziale. Il pericolo non è elemento, che il Magistrato è tenuto ad accertare nella vicenda concreta, ma deve considerarsi “in re ipsa”, senza possibilità di prova contraria.

Siffatta impostazione, nella sua apoditticità, è criticabile ed è stata criticata, in quanto l’esperienza insegna che, spesso, nonostante la presenza di un fuoco diffuso, qualificabile come incendio, può riscontrarsi un non immediato pericolo per i terzi e, quindi, per la pubblica incolumità. Le perplessità, in relazione alla sopra riferita impostazione della disciplina, sono state tali, da determinare la sottoposizione alla Corte Costituzionale della questione di legittimità della disposizione in esame (art. 423), in particolare in relazione alla circostanza, per la quale, nell’ipotesi di incendio di cosa propria, la presenza del pericolo per la pubblica incolumità va accertato in concreto dal Giudice e non è presunto in via assoluta. Si è ritenuto che questa differenza di disciplina sia irragionevole, in quanto diversifica nel trattamento normativo due situazioni omogenee, causando una violazione dell’art. 3 della Costituzione. La Corte costituzionale (sentenze 27 dicembre 1974 e 16 Luglio 1979) ha considerato compatibile con la Costituzione la presunzione di pericolo, prevista dall’art. 423, 1° c., per l’incendio di cosa altrui, in quanto, ove sia presente un fuoco-incendio, tale da far presumere in via normale il pericolo per l’incolumità pubblica, appare corretto e costituzionalmente legittimo ritenere ”in re ipsa” presente il pregiudizio per la pubblica incolumità. La Corte costituzionale, fra l’altro, ha sostenuto che la diversità di disciplina, prevista per incendio di cosa propria e altrui, è espressione di discrezionalità del Legislatore, come tale nonsindacabile.

La portata dell’assolutezza della presunzione, peraltro, si attenua non poco, ove si rifletta sulla comune definizione di incendio, inteso come fuoco dalle notevoli proporzioni, suscettibile di ampia diffusione e difficilmente domabile. Per completezza, va rilevato come non siano mancate opinioni divergenti da quella adesso riferita, secondo le quali l’incendio di cosa altrui, di cui all’art. 423, 1° c., si atteggerebbe come reato di danno, o come reato di pericolo concreto.

Il dolo del reato di incendio sussiste quando è presente la consapevolezza di cagionare un incendio, il quale determini un pericolo incombente a una cerchia indeterminata di persone. si tratta di un dolo generico, il quale differisce dal dolo specifico, di cui al successivo art. 424, in cui è presente l’intento di danneggiare.

Il reato, di cui all’art. 423, 1° c., è da considerare a forma libera, in quanto l’incendio può esser provocato in qualsivoglia maniera, purché si realizzino gli elementi costitutivi del reato.

L’incendio di cosa propria è disciplinato dal 2° c. dell’art. 423; in esso, la sussistenza di un pericolo concreto ed effettivo per l’incolumità pubblica è richiesto quale condizione obiettiva di punibilità (alcuni interpreti ritengono, invece, che si tratti di un elemento costitutivo del reato). Si tende a non ammettere la configurabilità del tentativo d’incendio di cosa propria, in quanto l’anticipazione della tutela, al fine di fornire protezione contro il “pericolo di un pericolo” appare ingiustificata, anche in considerazione dell’esigenza di garantire l’assenza di limitazioni dal diritto di proprietà. A conclusioni diverse si giunge, secondo l’opinione prevalente, nell’ipotesi d’incendio di cosa altrui, in cui l’altruità del bene giustifica l’impostazione della disciplina, avente l’intento di fornire una tutela più intensa.

Occorre esaminare anche il reato, previsto dall’art. 424, secondo cui è punito chi appicca il fuoco a una cosa propria o altrui, per danneggiare la cosa altrui. Emerge da tale disposizione in modo sufficientemente chiaro la distinzione tra “fuoco” e “incendio”, in quanto viene anticipata la soglia di tutela dell’incolumità pubblica a una fase, in cui ancora non sussiste un incendio, ma solo il rischio, che il medesimo si verifichi.

In giurisprudenza si è affermato che la differenza tra reato d’incendio e di danneggiamento, seguito da incendio, consiste nel fatto che, nella prima ipotesi, l’agente vuole un vero e proprio incendio, nella seconda vuole solo danneggiare con il fuoco. Pertanto, anche nell’ipotesi in cui l’incendio non si verifichi, se questo rientrava, come evento, nella volontà dell’imputato, così come accertata, questi risponderà di tentativo d’incendio e non di tentativo di danneggiamento, seguito da incendio.

Può aggiungersi che il reato, previsto dall’art. 424 si distingue da quello, previsto dall’art. 423 c.p., per la presenza dell’esclusiva finalità di danneggiare (dolo specifico). Si aggiunga che, nell’ipotesi, di cui all’art. 424, l’incendio ha il ruolo di condizione obiettiva di punibilità e, pertanto, non è elemento costitutivo del re3ato.

Il reato di danneggiamento seguito da incendio richiede il sorgere di un pericolo di incendio; pertanto, ove il fuoco abbia caratteristiche, tali che dal medesimo non possa sorgere detto pericolo, sarà ravvisabile il semplice danneggiamento.

Va configurato il reato di danneggiamento, previsto e punito dall’art. 635 c.pen., allorché un soggetto appicchi un fuoco alla cosa altrui al solo scopo di danneggiarla e raggiunge l’intento, senza cagionare l’incendio o un pericolo d’incendio.

Secondo la giurisprudenza, non è riscontrabile il concorso formale tra il delitto di danneggiamento, di cui all’art. 635 e il delitto di danneggiamento, seguito da incendio, in quanto quest’ultimo elide il primo, qualora l’azione di danneggiamento si trasformi in un tentativo d’ncendio, o in un incendio vero e proprio. Può ravvisarsi un rapporto di specialità soltanto tra la figura del danneggiamento seguito da incendio ex art. 424 c.p. e quella del danneggiamento comune ex art. 635 c.p., non anche tra i delitti di incendio e di danneggiamento (Corte di Cassazione - I sezione penale- Sentenza del 26 giugno 2001, n. 25935).

In tale ultima sentenza, la Cassazione puntualizza l'elemento oggettivo del reato di incendio boschivo utilizzando un parametro valutativo basato sulla qualità della vegetazione coinvolta, riconducendo nell’ambito della tutela fornita dall’art. 423 bis c.p., le estensioni di terreno su cui sia presente sterpaglia, boscaglia o macchia mediterranea. L’interpretazione in tali termini della figura di reato in esame si collega alla scelta, come parametro, ermeneutico dell'art. 2, legge 353 del 2000, il quale definisce l'incendio boschivo quale fuoco dotato di capacità espansiva, appiccato, su aree boschive, cespugliate o arborate, nonché su terreni coltivati o incolti e pascoli limitrofi a dette aree. Tale disposizione consente di definire l'esatto ambito d’operatività dell'art. 423 bis c.p. (in tal senso la sentenza della Cassazione 2001, adesso citata).


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