Prescrizione del reato: nuovi termini e disposizioni della ex- Cirielli
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Articolo del 23/03/2008 Autore Dott.ssa Daria Perrone Altri articoli dell'autore


Sull’estinzione del reato a seguito dell’intervenuta prescrizione: le nuove disposizioni dopo l’entrata in vigore della l. 251/05 

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SOMMARIO: 1. I nuovi termini di prescrizione del reato; 2. Il mutamento del regime normativo delle circostanze nell’art. 157, 2° e 3° co. c.p.; 3. Le altre modifiche apportate all’art. 157 c.p.

1. I nuovi termini di prescrizione del reato. Mentre prima della riforma introdotta dalla l.5 dicembre 2005, n. 251 (cd. ex - Cirielli), il tempo necessario a prescrivere veniva calcolato sulla base della pena massima prevista in astratto dal legislatore; nella formulazione attuale dell’art. 157 c.p., invece, si stabilisce che il tempo necessario a prescrivere corrisponda direttamente al massimo della pena edittale.

In altri termini, mentre in precedenza si determinava la durata della prescrizione in scaglioni di cinque anni e multipli di cinque a seconda della fascia a cui apparteneva la pena massima dell’illecito contestato al reo, fissando, ad esempio, la prescrizione in dieci anni, per i delitti puniti, nel massimo, con la pena della reclusione non inferiore a cinque anni; oggi invece si guarda direttamente alla pena massima per un determinato reato, senza la necessità di un ulteriore passaggio logico, perché l’entità della pena corrisponde automaticamente al tempo necessario perché si prescriva. Si prevedono, peraltro, due limiti: nel caso di delitto, il tempo non può mai essere inferiore ai sei anni; nel caso di contravvenzione, invece, a quattro.

A titolo esemplificativo, oggi, il reato di ricettazione, di cui all’art. 648 c.p. (“chi, al fine di procurare a sé o ad altri un profitto, acquista, riceve o occulta denaro o cose provenienti da un qualsiasi delitto, o comunque si intromette nel farli acquistare, ricevere od occultare, è punito con la reclusione da due ad otto anni e con la multa da euro 516 a euro 10.329”), si estingue in otto anni, mentre prima era previsto che i reati puniti con pena detentiva compresa tra cinque e dieci anni si prescrivessero in dieci anni.

In generale, nonostante alcune significative eccezioni, è possibile affermare che la modifica normativa ha portato ad una generale abbreviazione dei tempi prescrizionali, incidendo negativamente sulla situazione processuale, già gravata dalla difficoltà di smaltire, in tempi veloci, l’eccessivo carico di lavoro.

L’unica eccezione a tale complessiva riduzione dei termini riguarda il cd. illecito “bagatellare” o di minore gravità, e cioè quei delitti astrattamente puniti con una pena detentiva massima inferiore ai cinque anni e tutte le contravvenzioni.Infatti, prima della riforma, per tali reati erano previsti termini più brevi rispetto ad oggi, come ad esempio per i delitti puniti con una pena detentiva inferiore nel massimo a cinque anni, la prescrizione era fissata in cinque anni, mentre oggi essa è, invece, fissata in sei anni.

Anche per le contravvenzioni, in passato, il termine prescrizionale era sempre più breve: tre anni per tutte le contravvenzioni punite con la pena detentiva (sola, congiunta o alternativa a quella pecuniaria) e addirittura due anni per quelle contravvenzioni punite con la sola pena dell’ammenda. Per effetto invece della riforma, il limite prescrizionale sale per tutte le contravvenzioni (comunque punite, anche solo con la pena pecuniaria) a quattro anni.

Con l’entrata in vigore dell’ex- Cirielli., inoltre, è stato previsto un regime peculiare, sensibilmente differente rispetto all’assetto normativo previgente, per tutti quei delitti puniti con una pena detentiva superiore a cinque anni, ma non oltre i sei. Infatti, mentre in passato per tali reati il termine di prescrizione era fissato in dieci anni ai sensi del vecchio art. 157, 1° co., n. 3, c.p.; oggi, invece, il termine viene fissato in sei anni. Quindi, anche in queste ipotesi (ed, al contrario, delle fattispecie “bagattellari”, punite cioè con pena inferiore a cinque anni, che invece subiscono un inasprimento del regime prescrittivo) la l. 251/05 determina un regime di maggior favore per il reo, perché accorcia notevolmente il termine prescrizionale.

Tra questi reati, puniti con pena massima non inferiore a cinque anni, ma non oltre i sei, e che quindi sono soggetti ad una riduzione del termine prescrizionale, figurano, tra gli altri, delitti di frequente commissione e di significativo impatto sociale, quali la corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio (art. 319 c.p.), la violenza o minaccia a pubblico ufficiale (art. 336 c.p.), la truffa ai danni dello Stato o di enti pubblici (art. 640, 2° co. c.p.). Sono, inoltre, da annoverare anche delitti che, in molti casi, si intrecciano alla attività illecita della criminalità organizzata, quali il favoreggiamento reale (art. 379 c.p.), la truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche (art. 640 bis c.p.), l’usura (art. 644 c.p.) e la frode fiscale (art. 2 e ss. D. lgs. n. 74 del 10 marzo 2000)1.

Ora, se si tiene conto della durata media di un procedimento che si concluda con una pronuncia di merito, si può ragionevolmente ritenere che quasi tutti i processi per reati puniti con la pena della reclusione compresa nel massimo tra i cinque e i sei anni sono destinati a sicura prescrizione2.

Un’analisi compiuta presso la Corte di appello di Bologna3 ha stimato che per tale fascia di delitti, sul totale dei processi iniziati davanti al giudice, la quota destinata a prescriversi durante il precedente regime fosse del 9,60%, mentre dopo la riforma sarà del 47%, il che corrisponderebbe in termini assoluti a 4.500 processi circa. Inoltre, una recente ricerca effettuata dalla Corte di Cassazione ha accertato che si situa attorno ai nove anni circa il tempo medio di durata dei processi per i reati, puniti con una pena compresa tra i cinque e gli otto anni, che giungono al vaglio della stessa Corte: per la maggior parte, dunque, di tali reati il termine prescrizionale maturerebbe prima della sentenza definitiva, ma dopo comunque la decisione d’appello, in una fase pertanto che comporta il massimo spreco di energie per il sistema giudiziale.

In sintesi, dunque, e sempre con qualche approssimazione, si può concludere che la modifica del 1° comma dell’art. 157 c.p. ha portato ad una generale, ed in alcuni casi notevole, riduzione dei termini, tranne che per le ipotesi criminose meno gravi, in cui invece si riscontra un inasprimento del regime prescrizionale. Per tali ultime ipotesi, in cui il trattamento normativo risulta meno favorevole rispetto al passato, le nuove regole saranno applicabili solo ai fatti commessi dopo l’entrata in vigore della legge, senza comportare alcuna conseguenza sui procedimenti in corso, in virtù del principio di irretroattività della norma più sfavorevole ai sensi dell’art. 2, 3° co., c.p.

2. Il mutamento del regime normativo delle circostanze nell’art. 157, 2° e 3° co. c.p. Prima della riforma del 2005, inoltre, per determinare la pena di riferimento per il calcolo della prescrizione si aveva riguardo “al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato otentato, tenuto conto dell’aumento massimo di pena stabilito per le circostanze aggravanti, e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti” (art. 157, 2° co., c.p.). “Nel caso, poi, di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti” si applicavano, a tale effetto, le disposizioni dell’art. 69 c.p., in tema di giudizio di comparazione (art. 157, 3° co., c.p.). In altre parole, si ammetteva che, nel calcolo della pena di riferimento, potessero influire anche gli elementi accidentali del reato.

Tale scelta, in realtà, aveva dato luogo a diverse difficoltà sul piano applicativo, ad esempio in relazione ad una eventuale contestazione suppletiva di circostanze aggravanti. Posto che essa può verificarsi sia prima che dopo il decorso il termine prescrizionale inerente il reato base, il caso più problematico era rappresentato proprio da tale ultima ipotesi. Infatti, mentre nel primo caso era pacifico che, dovendosi tenere conto della qualificazione giuridica finale, la contestazione suppletiva fosse idonea a spostare in avanti la scadenza del termine prescrizionale, dilatandolo in un tempo successivo, nell’altro caso invece questa conclusione era assai più discussa.

In alcune sentenze della Corte di Cassazione (Cass., sez. III, 26.5.1964, in Cass. pen. mass., 1965, p. 63; più di recente, Cass., sez. II, 28 novembre 1978, ivi, 1980, p. 1068) si era, per l’appunto, ritenuto che la contestazione suppletiva non potesse influire sulla prescrizione se quest’ultima fosse già maturata.

In realtà però, la maggior parte della dottrina e la giurisprudenza più recente (Cass., sez. V, 7 maggio 1971, Cass. pen. mass., 1972, p. 89; Cass., sez II, 8 ottobre 1973, ivi, 1975 p. 175) avevano ritenuto che, anche in questo caso, la contestazione suppletiva potesse comunque incidere, allungandoli, sui termini di prescrizione. Tale conclusione derivava dalla considerazione che la circostanza aggravante, sebbene contestata successivamente alla scadenza dei termini prescrizionali, fosse comunque preesistente. In altri termini, nei confronti del reato originariamente configurato si sarebbe verificata solo “una pseudo prescrizione4, alla stessa stregua di un fatto inquadrato sotto un determinato titolo criminoso e solo successivamente oggetto di diversa e più grave qualificazione giuridica.

Al di là comunque di tali profili, deve comunque essere sottolineato che molto probabilmente la questione principale era rappresentata dalla eventuale rilevanza delle circostanze cd. “facoltative”. Più in particolare, in passato sorse la questione delle cd. attenuanti generiche ai sensi dell’art. 62-bis c.p. e dell’aggravante contenuta nell’art. 99 c.p. Infatti, la scelta di ritenere che tali tipi di circostanze potessero influire nella determinazione della pena, rilevante ai fini del calcolo del tempo prescrizionale di cui all’art. 157, 1° co. c.p., apparve ad alcuni autori5 in contrasto con l’esigenza di predeterminare la durata della prescrizione, sulla base di criteri il più possibile oggettivi.

Se il calcolo del tempo necessario all’estinzione di un reato doveva essere oggettivo e automatico, allora non potevano trovare spazio parametri fortemente “discrezionali”. Secondo tale ricostruzione, dunque, si doveva escludere l’influenza delle circostanze facoltative sulla pena, ai fini sempre ovviamente della determinazione del tempo necessario a prescrivere, poiché la loro applicazione era sostanzialmente rimessa alla decisione del singolo giudice, ad una valutazione cioè eccessivamente discrezionale, e che avrebbe pertanto alterato l’oggettività del calcolo prescrizionale.

In realtà, al di là di manifestazioni sporadiche, tale orientamento era stato fortemente disatteso nella prassi applicativa e, in particolar modo, era stata contestata la tesi che tendeva ad identificare la discrezionalità giudiziale con l’arbitrio. Infatti, l’atteggiamento negativo circa la computabilità delle circostanze facoltative derivava probabilmente da un’errata concezione proprio della discrezionalità del giudice penale, percepita appunto in termini di mero arbitrio.

Del resto, e al di là dalla costante prassi applicativa, tale concezione era ulteriormente smentita anche dallo stesso legislatore, e in particolare dal 3° comma dell’art. 157 c.p., nel momento in cui si ammetteva esplicitamente il bilanciamento delle circostanze. Infatti, avendo ammesso l’operatività del giudizio ex art. 69 c.p., il legislatore dimostrava di ritenere ammissibile che, nella determinazione del tempo prescrizionale, influissero anche valutazioni discrezionali. In altre parole, il dogma delle certezza in materia di prescrizione, era stato smentito dallo stesso legislatore nel momento in cui l’art. 157, 3° comma introduce la possibilità del bilanciamento di circostanze eterogenee ai fini dell’individuazione del tempo necessario a prescrivere, offrendo in tal modo un’evidente dimostrazione della compatibilità di valutazioni discrezionali in materia prescrizionale.

In conclusione, dunque, sebbene fossero sorti dubbi relativamente all’ammissibilità delle circostanze facoltative nel computo prescrizionale in ragione della discrezionalità della loro applicazione, l’orientamento prevalente le ritenne perfettamente compatibili, sia perché la discrezionalità giudiziale non doveva essere vista di per sé come un qualcosa di negativo, un mero arbitrio; sia perché era stato lo stesso legislatore ad ammettere che, nella determinazione del computo prescrizionale, influissero anche valutazioni non strettamente obiettive.

Sul punto è intervenuta la l. 5 dicembre 2005, n. 251 modificando radicalmente l’assetto previgente. Infatti, la riforma ha sostanzialmente capovolto l’impianto normativo dell’art. 157, 2° e 3° co., c.p., ed è andata in una direzione completamente opposta rispetto alla evoluzione giurisprudenziale e dottrinale appena esaminata.

In base all’attuale disposizione, la pena da considerare come parametro di riferimento per il calcolo della prescrizione è unicamente quella che risulta dalla cornice edittale, senza peraltro considerare l’incidenza delle circostanze, aggravanti o attenuanti, né un loro eventuale bilanciamento.

La riforma ha riportato dunque alla luce quell’orientamento che riteneva opportuno limitare la discrezionalità del giudice, ancorando la determinazione del tempo prescrizionale unicamente a parametri obiettivi e automatici. In questo senso, dunque, la riforma si connota per un atteggiamento limitativo della discrezionalità del giudice nella determinazione della pena, e di conseguenza nella individuazione dei termini prescrizionale. Nell’intenzione del legislatore, si vorrebbero, pertanto, creare regole certe e sicure per estinguere l’episodio criminoso.

Le uniche eccezioni a questo sistema riguardano le aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria e quelle ad effetto speciale, che dovranno sempre essere considerate nella loro estensione massima. A titolo esemplificativo, mentre per il furto semplice la prescrizione è di tre anni, nel caso invece in cui ricorra una circostanza aggravante di cui all’art. 625 c.p., la prescrizione è di sei anni, fino ad arrivare ad un massimo di dieci nel caso in cui ricorrano più circostanze. Soprattutto in quest’ultima ipotesi, tuttavia, il tempo prescrizionale risulta essere particolarmente lungo, e forse in parte anche sproporzionato, rispetto all’entità del fatto base, sebbene ricorrano più circostanze aggravanti.

Tutto ciò risulta, del resto, ancora più evidente se si considera che il reato di ricettazione previsto dall’art. 648 c.p., che è sicuramente più grave del reato di furto, nell’attuale sistema normativo, si prescrive in soli otto anni.

In base al vecchio regime, tale discrasia normativa (ossia la previsione di una prescrizione più lunga nei casi di furto, sebbene aggravato, rispetto ai casi sicuramente di maggiore offensività di ricettazione) poteva essere evitata attraverso il giudizio di comparazione tra circostanze eterogenee, e in particolar modo attraverso il giudizio di equiparazione tra le aggravanti di cui all’art. 625 c.p. e le attenuanti generiche, riducendo così i tempi prescrizionali del reato di furto aggravato a soli cinque anni6, invece che a dieci.

Essendo, al contrario, oggi esclusa la possibilità di bilanciare le aggravanti con le attenuanti generiche, il giudice non può più “correggere le impostazioni normative” attraverso tali margini di discrezionalità, e si trova pertanto nella necessità di dover calcolare rigorosamente i termini prescrizionali, senza alcun eventuale adattamento sistematico.

3. Le altre modifiche apportate all’art. 157 c.p. Oltre alla riforma relativa al computo del termine di durata della prescrizione, l’art. 6 della l. 5 dicembre 2005, n. 251 ha ulteriormente modificato l’impianto originario dell’art. 157 c.p. E’ invece rimasto sostanzialmente invariato il metodo di calcolo del tempo prescrizionale nel caso di reato per cui la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria. Quindi, come in passato, nel caso in cui un determinato reato venga punito con pena detentiva e, cumulativamente o in alternativa, con pena pecuniaria, per il calcolo del tempo di prescrizione, si ha riguardo esclusivamente alla pena detentiva.

Soffermandosi sulle principali novità introdotte dalla cd. ex Cirielli, nel testo dell’art. 157 c.p., si rileva che l’art. 6 della l. 5 dicembre 2005, n. 251 ha inserito un 5° comma nella previsione in esame, per disciplinare il calcolo del tempo, nell’ipotesi in cui un reato non sia sanzionato né con pene detentive, né con pena pecuniarie, come ad esempio nel caso delle sanzioni, emesse dal giudice di pace, di permanenza domiciliare o di lavoro di pubblica utilità.

In questi casi, secondo il nuovo legislatore, il tetto prescrizionale si abbassa a soli tre anni. Questa esiguità temporale viene giustificata dalla semplicità della procedura che viene adottata per la loro irrogazione, dato che si circoscrive l’appello a determinate situazioni. In questo senso, infatti, l’art. 37 del d.lgs. 274/00 circoscrive la possibilità dell’imputato all’impugnazione, a seconda del tipo di pena che sia stata in concreto applicata dal giudice.

Resta, peraltro, aperto il problemadella durata del termine di prescrizione, nel caso in cui il reato, di fronte al giudice di pace, preveda una sanzione pecuniaria, e non una sanzione alternativa. Stando alla lettera della norma, tale ipotesi, non essendo espressamente prevista nel 5° comma dell’art. 157 c.p., è destinata a confluire nella previsione generale di cui al 1° comma.

In tal modo, allora, per quei reati, di competenza del giudice di pace, puniti con la pena pecuniaria, il termine di prescrizione è di quattro anni; anche se, probabilmente, sarebbe stato più coerente disciplinare tale ipotesi nel 5° comma, e prevedere una disciplina uniforme per tutti i reati di competenza del giudice di pace, senza distinguere in base al tipo di pena. Questa disparità di trattamento dei termini prescrizionali per i reati di competenza del giudice di pace potrebbe sollevare, in futuro, anche qualche dubbio di compatibilità costituzionale, in relazione all’art. 3 Cost. (principio di uguaglianza), visto che per la sanzione più lieve, e cioè la pena pecuniaria, viene stabilita una scadenza processuale più lunga (quattro anni) rispetto alle sanzioni più gravi, e cioè la permanenza domiciliare o il lavoro di pubblica utilità, che infatti si prescrivono in soli tre anni.

In secondo luogo, la cd. ex Cirielli ha inserito un 6° comma nell’art. 157 c.p., in cui si stabilisce un raddoppiamento del termine prescrizionale per talune tipologie di reati. Tuttavia, come effetto paradossale di tale previsione, il reato di incendio colposo finisce per richiedere un termine prescrizionale più ampio di quello della corrispettiva figura dolosa (art. 423 c.p.). Mentre l’ipotesi colposa si prescrive in dodici anni (dato che la pena è della reclusione da uno a cinque anni, la prescrizione è di sei anni; termine che deve, poi, essere ulteriormente raddoppiato proprio per la disposizione in esame), l’incendio doloso si prescrive, invece, in soli sette anni (la pena è, infatti, da tre a sette anni).

In terzo luogo, sempre relativamente alle modifiche apportate dalla riforma, deve essere sottolineata l’espressa previsione, al comma 7 dell’art. 157 c.p., della rinunciabilità alla prescrizione, sebbene peraltro si trattasse di un principio, come visto, già acquisito a seguito dell’intervento della Corte costituzionale in merito (Corte cost. 275/90, in Cass. pen., 1990, p. 2076).A questo proposito, è opportuno sottolineare la necessità che la rinuncia alla avvenuta prescrizione sia espressa, andando così ad escludere la rilevanza di qualsiasi forma di rinuncia “tacita” o “per comportamenti concludenti”.

Infine, mentre in passato si deduceva l’imprescrittibilità dei reati puniti con la pena dell’ergastolo dal fatto che tali ipotesi non erano espressamente contemplate dall’art. 157 c. p., e che quindi per esse non erano previsti termini di prescrizione, oggi invece, in base al comma 8, dell’art. 157 c.p. si stabilisce che “la prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione d circostanze aggravanti”.

In particolare, l’inciso vale ad escludere la prescrizione anche nel caso in cui la pena perpetua derivi dall’applicazione di circostanze aggravanti, determinando così l’imprescrittibilità non solo di tutti i reati originariamente puniti con la pena - base dell’ergastolo, ma anche di quelli che lo diventano successivamente. Si tratta, inparticolare, di tutti quei reati che, pur non essendo puniti di per sé con la pena perpetua, raggiungono tale misura attraverso l’operare di determinate circostanze aggravanti ad effetto speciale.

Ora, deve essere sottolineato che, in virtù del 3° comma dell’art. 157, che esclude l’applicabilità delle disposizioni dell’art. 69 c.p. in ordine al giudizio di comparazione tra circostanze, non si potrebbe tenere conto delle circostanze attenuanti che eventualmente concorressero con quelle aggravanti che determinano la pena dell’ergastolo. In altre parole, la riforma esclude in materia prescrizionale l’applicabilità di tale giudizio di bilanciamento; nel senso che ai fini della verifica dell’operare della prescrizione, l’individuazione della pena deve essere effettuata a prescindere dall’esistenza di circostanze attenuanti che, se potessero concorrere con le aggravanti, porterebbero ad escludere l’ergastolo e quindi l’imprescrittibilità.

Resta, ad ogni modo ferma, l’applicabilità del giudizio di comparazione ai fini della determinazione della pena, visto che il 3° comma dell’art. 157 esclude l’operatività del 69 c.p. unicamente in ambito prescrizionale.

1 Parere del Consiglio superiore della magistratura del 23 febbraio 2005.

2 Dossier Magistratura democratica, Dir. e giust., n.6/ 2005, p. 12.

3 Parere del Consiglio superiore della magistratura del 23 febbraio 2005.

4 PISA, v. Prescrizione (dir. pen. ), Enc. Dir., XXXV, Milano, 1986, p. 82

5 VANNINI, In materia di circostanze attenuanti, in Arch. Pen., 1945, I, p. 483; Trib. Roma, 8 febbraio 1958, in Riv. It. dir. proc. pen. , 1958, p. 824 ss..

6 La prescrizione del furto aggravato poteva, in base alle vecchie regole, essere di soli cinque anni. Infatti, azzerando le aggravanti, attraverso il riconoscimento delle attenuanti generiche, la prescrizione diventava di cinque anni perché l’ipotesi non circostanziata di cui all’art. 624 c.p. prevede la pena alla reclusione nel massimo a tre anni, e quindi in questo caso la prescrizione era di cinque anni, in virtù dell’art. 157, 1° co., n. 4, c.p.(“La prescrizione estingue il reato in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena alla multa”).


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