Deontologia forense: il divieto di uso di espressioni sconvenienti od offensive
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Articolo del 10/01/2008 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Una particolare importanza per il professionista forense riveste l’articolo 20 del Codice Deontologico Forense del 1997 che si intitola: “Divieto di uso di espressioni sconvenienti od offensive”.

Il testo dell'articolo in esame è, dunque, il seguente:

Articolo20.Divieto di uso di espressioni sconvenienti od offensive. – Indipendentemente dalle disposizioni civili e penali, l’avvocato deve evitare di usare espressioni sconvenienti od offensive negli scritti in giudizio e nell’attività professionale in genere, sia nei confronti dei colleghi che nei confronti dei magistrati, delle controparti e dei terzi.

I. La ritorsione o la provocazione o la reciprocità delle offese non escludono l’infrazione della regola deontologica.

Pertanto, è facile evincere che la norma è volta a presidiare l’onore, il decoro ed il prestigio della classe forense nei confronti dei magistrati, dei terzi e delle controparti, come anche il sereno e pacifico svolgimento del processo

È chiaro, inoltre, dal testo della norma, che non è necessaria la contemporanea ricorrenza dei due caratteri (la sconvenienza e l’offensività delle espressioni usate) perché l’illecito deontologico si realizzi.

A mio parere, l’articolo 20 C.D.F.può essere considerato anche come un’ulteriore specificazione ed una proiezione dei principi stabiliti dall’articolo 891 del codice di procedura civile. Infatti, quest’ultimo articolo dispone che le parti e i difensori, negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati innanzi al giudice, non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive. Pertanto, con la violazione del suesposto obbligo, il giudice deve ordinare la cancellazione delle frasi e, in alcuni casi, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa, può assegnare una somma a titolo di risarcimento del danno.

La cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive contenute negli scritti difensivi può essere disposta, ex art. 89 c.p.c., anche nel giudizio di legittimità, rientrando essa nei poteri officiosi del giudice.

A norma dell’articolo 89 c.p.c. l’offesa all’onore ed al decoro comporta, indipendentemente dalla possibilità o meno della cancellazione delle frasi offensive contenute negli atti difensivi, l’obbligo del risarcimento del danno non solo nell’ipotesi in cui le espressioni offensive non abbiano alcuna relazione con l’esercizio della difesa, ma anche nell’ipotesi che esse si presentino come eccedenti le esigenze difensive; l’apprezzamento dell’avvenuto superamento dei limiti di correttezza e civile convivenza entro cui va contenuta l’applicazione della difesa integra, peraltro, esercizio di un potere discrezionale del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivato (Cassazionecivile,sezioneI,sentenza 22 febbraio 1992, n. 2188).

L’offensività e la sconvenienza delle espressioni usate in scritti o discorsi difensivi sono nozioni ontologicamente distinte fra di loro. Pertanto, la sconvenienza sta ad indicare una lesività di grado minore, inerente al contrasto delle espressioni con le esigenze dell’ambiente processuale e della funzione difensiva nel cui ambito esse vengono formulate. Un esempio ditermine sconveniente nella dialettica processuale, anche se non offensiva, può essere fornito dall’espressione“subdolamenteinsinua”.

Nel conflitto tra il diritto a svolgere la difesa giudiziale nel modo più largo ed insindacabile ed il diritto della controparte al decoro ed all’onore, l’art. 89 c.p.c. ha attribuito la prevalenza al primo, nel senso che l’offesa all’onore ed al decoro della controparte comporta l’obbligo del risarcimento del danno nella sola ipotesi in cui le espressioni offensive non abbiano alcuna relazione con l’esercizio del diritto di difesa. Tale obbligo non è presente, al contrario, nell’ipotesi in cui le suesposte espressioni, pur non trovandosi in un rapporto di necessità con le esigenze della difesa, presentino, tuttavia, una qualche attinenza con l’oggetto della controversia e, costituiscano, quindi, un mezzo al fine di indirizzare la decisione del giudice e vincere la lite.

A questo punto della trattazione, si deve affermare che le espressioni offensive non assumono rilievo penale innanzi all’ordinamento giuridico in ragione dell’esimente contenuta nell’articolo 598 del codice penale (Offese in scritti e discorsi pronunciati dinanzi alle Autorità giudiziarie o amministrative) che, così, dispone al riguardo: “Non sono punibili le offese contenute negli scritti presentati o nei discorsi pronunciati dalle parti o dai loro patrocinatori nei procedimenti dinanzi all’Autorità giudiziaria, ovvero dinanzi a un’Autorità amministrativa, quando le offese concernono l’oggetto della causa o del ricorso amministrativo”.

Aifinidell’applicabilitàdell’esimente2 previstadall’art. 598 c.p. è sufficiente che le offese provengano dalle parti o dai loro patrocinatori e concernano l’oggetto della causa o del ricorso pendente rispettivamente dinanzi all’Autorità giudiziaria o amministrativa, a nulla rilevando che esse siano dirette a persone diverse dalle controparti e dai loro patrocinatori. Ne consegue che rientrano nel campo di operatività della norma anche le offese dirette ai giudici delle precedenti fasi del giudizio o ai loro ausiliari, o anche a persone estranee alla causa, purché ovviamente esse concernano l’oggetto della causa medesima.

Comunque, con l’esaurimento della discussione l’esimente non può più operare, neanche sotto il profilo di una residuale intenzione di difesa e non di offesa, giacché, venendo a mancare ogni necessità di difesa, le offese non possono, pertanto, considerarsi dirette alla tutela delle proprie ragioni.

Ritengo, peraltro, che laratio legis della sopraccitata norma sia proprio quella di consentire lamassima libertà nell’esplicazione del diritto di difesa.

Tuttavia, l’esimente di cui alll’art. 598 c.p. non è applicabile quando lo scritto ingiurioso sia stato spedito direttamente al soggetto passivo e non già presentato in un procedimento in corso né tale presentazione vi sia intenzionalmente neppure per un tempo successivo. Inoltre, si deve escludere l’immunità nel caso in cui le offese siano contenute in un carteggio privato collaterale al dibattito giudiziario.

Infine, secondo la giurisprudenza di legittimità un’altra applicazione dell’esimente in oggetto si riscontra per le offese contenute nell’atto di citazione. In questo caso l’esimente costituisce applicazione estensiva del più generale principio posto dall’art. 51 c.p. ed è applicabile, benché l’atto di citazione sia destinato ad essere notificato prima della costituzione delle parti e, quindi prima della instaurazione del procedimento (litispendenza). Ciò poiché tutti gli atti funzionali all’esercizio del diritto di difesa, anche se precedenti l’apertura del procedimento, devono essere ricondotti al principio della immunità giudiziale (in tal senso Cassazione penale, sezioneV,sentenza3 dicembre2001 – 21 febbraio 2002, n. 7000).

Tuttavia, in conclusione, l’esimente di cui all’art. 598 c.p. e l’articolo 89 c.p.c. non escludono affatto l’infrazione alla regola deontologica.

Riporto in allegato alcune fra le più importanti e significative pronunce della giurisprudenza del Consiglio Nazionale Forense in merito all'articolo 20 del Codice Deontologico Forense.

Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l’avvocato che usi espressioni sconvenienti ed offensive verso la controparte. Infatti, nel diritto a svolgere la difesa nel modo più ampio e insindacabile e la tutela dell’onore e decoro della controparte prevale il primo nel senso che l’offesa all’onore e al decoro realizza una responsabilità nelle ipotesi in cui le espressioni siano gratuite, ossia non abbiano relazione con l’esercizio del diritto di difesa. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell’avvertimento). 26 febbraio 2007, N. 15 – Pres. f.f. TIRALE – Rel. GRIMALDI – P.M. MARTONE (diff.) – Ric. avv. S.M. (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Livorno, 17 novembre 2004)

Non pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l’avvocato che inviti con una missiva, un terzo possibile testimone, a rimanere a disposizione e ad indicare la propria residenza e i propri dati anagrafici ai fini di una eventuale testimonianza. (Nellaspecieil professionista è stato assolto) 20 giugno 2005, N. 89 – Pres. ALPA – Rel. PACE – P.M. MARTONE (conf.) – Ric. avv. C.C. (Accoglie il ricorso avverso decisione C.d.O. di Verona, 23 giugno 2003)

Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l’avvocato che, avulse da ogni esigenza difeniva, usi espressioni sconvenienti ed offensive in atti di causa. Infatti, le espressioni sconvenienti ed offensive non si addicono al professionista forense e sono disciplinarmente rilevanti anche quando sono la reazione ad un eventuale fatto illecito altrui e l’eventuale provocazione o reciprocità delle offese non può costituire un esimente sul piano disciplinare, né giustificare e rendere neutra una reazione che travalichi i limiti della correttezza. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell’avvertimento per l’avvocato che in un atto depositato in giudizio aveva usato espressioni sconvenienti nei confronti delle controparti) 22 marzo2005, N. 57 – Pres. ALPA – Rel. GRIMALDI – P.M. MARTONE(diff.) – Ric. avv. S.C. (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. Sondrio, 21 novembre 2003)

Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l’avvocato che, in scritti difensivi, usi espressioni offensive nei confronti del collega, a nulla rilevando ai fini della responsabilità disciplinare, che tale comportamento sia stato posto in essere a seguito della eventuale provocazione altrui; infatti, in materia deontologica non si applica la esimente prevista dall’articolo 599 c.p. e la provocazione può essere considerata solo come possibile attenuante ai fini della riduzione della sanzione. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell’avvertimento) 17 gennaio 2005, N. 8- Pres. ALPA – Rel. DANOVI – P.M. MACCARONE (diff.) – Ric. avv. F.S. (Rigetta il ricorso avverso decisioneC.d.O. di Padova, 14 ottobre 2003)

Pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante l’avvocato che, in udienza, nel corso di una deposizione testimoniale rivolga espressioni sconvenienti ed offensive verso i testimoni. (Nella specie è stata confermata la sanzione della censura). 16 dicembre 2004, N. 317 – Pres. f.f. CRICRI’ – Rel. CARDONE – P.M. MARTONE (conf.) – Ric. avv. P.P. (Rigetta il ricorso avverso decisione C.d.O. di Roma, 17 luglio 2003)

Pone in essere un comportamento deontologicamentecorrettol’avvocato che, relativamente ad un giudizio di separazione, nella qualità di parte e non di difensore di se stesso, esprima in missive giudizi negativi sul comportamento dell’avvocato di controparte. (Nella specie l’avvocato è stato ritenuto disciplinarmente non responsabile proprio in quanto egli aveva agito nell’esprimere giudizi negativi sul collega non in qualità i avvocato difensore di se stesso, ma come semplice parte del procedimento, anche se in una missiva si era firmata utilizzando il titolo di procuratore legale) 28 aprile2004, N. 122 – Pres. f.f. PANUCCIO – Rel. GRIMALDI – P.M. FEDELI (diff.) _ RIC. avv. L.T. (Accoglie il ricorso avverso decisione C.d.O. di Padova, 3 novembre 1997)

Avv. Alessandro Amaolo
www.avvocatoamaolo.com

1 Articolo 89 c.p.c. ● Espressioni sconvenienti od offensive. Negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive.

Il giudice, in ogni stato dell’istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive, e, con la sentenza che decide la causa, può inoltre assegnare alla persona offesa una somma a titolo di risarcimento del danno anche non patrimoniale sofferto, quando le espressioni offensive non riguardano l’oggetto della causa.

2 L’esimente di cui all’art. 598 c.p. non è applicabile qualora le espressioni offensive siano contenute in un esposto inviato al Consiglio dell’Ordine forense, in quanto l’autore dell’esposto non è parte nel successivo giudizio disciplinare e l’esimente di cui all’art. 598 c.p. attiene agli scritti difensivi, in senso stretto, con esclusione di esposti e denunce pur se redatti da soggetti interessati. (Cassazionepenale, sezioneV, sentenza 16 ottobre 2002 – 4 dicembre 2002, n. 40725)


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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