L’abbandono di persone minori o incapaci
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Articolo del 16/11/2007 Autore Avv. Rosalia Conforti Altri articoli dell'autore


La norma sanzionatoria di cui all’art. 591 c.p. rubricata “Abbandono di persone minori o incapaci” punisce chiunque abbandoni un minore di 14 anni ovvero una persona incapace, per qualsivoglia causa, di provvedere a sè stessa e della quale abbia la custodia o debba avere cura, ovvero, ancora, chiunque abbandoni all’estero un cittadino italiano minore degli anni 18, a lui affidato per ragioni di lavoro.

Il reato in questione è collocato nel capo del codice penale relativo ai delitti contro la vita e l’incolumità personale: tanto trova la sua ragion d’essere nello stato di incapacità in cui versano i soggetti passivi (destinatari) di provvedere a se stessi, dal quale deriva una possibilità di danno alla persona qualora gli stessi siano lasciati privi di assistenza. Secondo alcuni autori1, però, a tale norma deve essere data un’interpretazione strettamente legata alla tutela dell’integrità fisica.

Non v’è dubbio, infatti, che per il soggetto in formazione, una situazione di abbandono può essere causativa non solo di danni fisici alla persona ma anche e, principalmente, di danni psichici gravemente lesivi dello sviluppo della personalità.

Oggetto della tutela penale è, dunque, l’esigenza di proteggere l’incolumità delle persone che, per età o per altre cause legislativamente determinate, siano particolarmente esposte ai pericoli contro l’abbandono da parte di chi vi sia obbligato ad averne cura. Trattasi di reato di pericolo concreto, per la cui realizzazione è necessario che al fatto dell’abbandono si accompagni la effettivaminaccia al bene protetto, ovvero la incolumità della persona minore e/o incapace; requisito che pur non essendo esplicitamente menzionato nella norma, tuttavia è da ritenersi implicito in relazione allo scopo della norma e dei diritti inviolabili sanciti dalla nostra Costituzione.

Soggetto attivo del reato de quo è, secondo la formula usata dal legislatore, “chiunque abbandona”. Il termine “abbandonare" nel significato globale della norma significa interrompere, o non costituire il rapporto di assistenza cui si è obbligati, in modo che ne derivi la possibilità di un danno per la vita o la incolumità della persona; mettendo così la persona abbandonata in una concreta situazione di pericolo.

Si è a lungo discusso, in dottrina e in giurisprudenza, pervenendo a soluzioni non univoche, se fosse o meno necessario, perchè il reato possa sussistere, un obbligo di custodia o di cura2 nei confronti del soggetto passivo del reato3 o se bastasse un rapporto di mero fatto.

La giurisprudenza, mentre in un primo momento, ha affermato che fosse indispensabile la sussistenza della cura e della custodia4 , ha poi riconosciuto che per il reato in questione non occorre un preesistente obbligo di custodia e di cura perchè l’inciso “della quale abbia la custodia e la cura” si riferisce alla persona incapace a se stessa e non alla persona minore degli anni 14in rapporto alla quale l’incapacità di provvedere a se stessa è presunta dalla legge: rispetto a tali minori, infatti, rileva la Suprema Corte, “il dovere di assistenza è imposto direttamente dalla legge a chiunque venga a trovarsi, anche per un rapporto di mero fatto, in una posizione che ponga il minore a sua disposizione”5.

Discusso è, altresì, il problema se l’abbandono temporaneo possa integrare, o meno, gli estremi del reato ex art. 591 c.p. . La giurisprudenza e la dottrina dominanti propendono per la soluzione positiva in tutti i casi in cui dall’abbandono temporaneo sia dipeso un pericolo per la vita o per l’incolumità del soggetto abbandonato6.Altra parte della dottrina, invece, sostiene che la fattispecie in esame si realizza soltanto quando l’agente abbia deciso di abbandonare il soggetto passivo in maniera definitiva e non anche momentanea.

È stata altresì, esclusa la configurabilità del reato nel caso di abbandono del soggetto passivo in un luogo che consenta il tempestivo ritrovamento ed il soccorso.Secondo la giurisprudenza, infatti, l’abbandono di un neonato può, a seconda delle circostanze, integrare o no la fattispecie astratta di cui all’art. 591 c.p.; in particolare non sussiste abbandono, ai sensi dell’art. 591 c.p. allorquando il neonato sia lasciato in condizioni tali da essere certamente ed immediatamente raccolto dalla pubblica o privata assistenza, con esclusione di qualsivoglia pericolo per la vita e l’incolumità personale7.

Il reato si consuma con il verificarsi del pericolo di danno che per la giurisprudenza può essere anche soltanto meramente potenziale. Per la sussistenza del delitto di abbandono di persone minori o incapaci basta uno stato, sia pure potenziale, di pericolo per l’incolumità del minore o dell’incapace, in dipendenza dell’abbandono, onde l’abbandono è punibile anche se temporaneo8.

Giurisprudenza e dottrina dominanti concordano, poi, nella impossibilità di configurare il tentativo, trattandosi di reato istantaneo che sussiste, come già evidenziato, anche se l’abbandono sia soltanto temporaneo9.

Partendo dal presupposto che abbandonare significa lasciare in situazione di pericolo, l’elemento soggettivo del reato esige non soltanto la volontà di privare dell’assistenza il minore o l’incapace, con la consapevolezza dell’età minore ovvero dello stato di incapacità, ma anche la consapevolezza della situazione di concreto pericolo per la vita o l’incolumità del soggetto abbandonato10. Ma qualora la volontà sia diretta a causare danno, il fatto esula dalla sfera di applicazione dell’art. 591, integrando un reato di specie diversa, quale la lesione personale o l’omicidio, nella forma del tentativo ove il danno non si sia verificato.

Ed invero.

Il delitto di abbandono di un minore si differenzia da quello di tentato omicidio per la diversità dell’elemento psicologico. Nel caso di cui all’art. 591 c.p., infatti, l’elemento soggettivo è rappresentato dalla coscienza di abbandonare la persona minore o incapace essendo consapevoli del pericolo afferente l’incolumità fisica della stessa, con il determinarsi di una situazione di pericolo, ancorché soltanto potenziale.Nel delitto di tentato omicidio, invece, occorre che il soggetto agente realizzi la condotta illecita con la volontà e consapevolezza di provocare la morte del soggetto passivo, ovvero tale evento delittuoso si rappresenti come probabile o possibile conseguenza del suo operato, accettando il rischio implicito del suo verificarsi.

Qualora la possibilità non sia prevista ovvero sia prevista soltanto astrattamente con il sicuro convincimento però per l’agente (colui cui incombeva l’obbligo di custodia) che nessun danno potrà verificarsi, non sussisteranno in queste ipotesi gli estremi dell’abbandono punibile, posto che alla rappresentazione del rischio insito in un certo comportamento è subentrata la coscienza della inidoneità del comportamento stesso per le particolari circostanze, a sfociare in un danno alla persona (mancanza di previsione).

Nell’art. 591 c.p. sono contemplate due aggravanti speciali:

  1. se dall’abbandono deriva la morte o la lesione personale;
  2. se il reato è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore, dal coniuge, dall’adottante o dall’adottato11.

Nel caso in cui gli eventi lesione o morte siano riconducibili alla specifica volontà del soggetto agente, le norma concretamente applicabili saranno, altresì, quelle che prevedono e puniscono la lesione volontaria (art. 582 c.p.) o l’omicidio (art. 575 c.p.).

Nessun particolare problema presenta l’ipotesi contemplata dell’abbandono all’Estero di minore affidato sul territorio dello Stato per ragioni di lavoro. Con riferimento alla stessa ipotesi è solo da rilevare che per il reato si procede nel territorio dello Stato e che la competenza è del Tribunale del luogo in cui il minore è stato affidato.

La pena per il delitto semplice di cui all’art. 591 c.p. è della reclusione da sei mesi a cinque anni; de dal fatto deriva una lesione la reclusione è da uno a sei anni, se ne deriva la morte la reclusione è da tre a otto anni. Tali pene sono aumentate se il fatto è commesso dal genitore, dal figlio, dal tutore, dal coniuge, dall’adottante o dall’adottato.

Il reato è procedibile d’ufficio e la competenza è del Tribunale monocratico; se però dal fatto consegue la morte la competenza passa alla Corte d’Assise.

Sono applicabili le misure cautelari personali; l’arresto in flagranza è facoltativo, il fermo è consentito per la sola ipotesi di competenza della Corte d’Assise.

Avv. Rosalia Conforti

1 A.C. Moro, Manuale di diritto minorile, 2006, 379.

2 Per custodia deve intendersi un dovere, anche temporaneo, esistente al momento dell’abbandono; per cura, invece, è richiesto un preesistente dovere di assistenza, rilevante anche ove, in concreto non abbia ancora trovato attuazione

3 In tal senso si è espresso PISAPIA( Abbandono di minori o incapaci, in Enc.diritto I, 1958, 30) secondo cui, perchè l’abbandono sia giuridicamente rilevante occorre che “l’agente venga meno ad un preesistente obbligo di cura o di custodia” la cui violazione costituisce l’essenza del reato de quo ( nello stesso senso si vedano anche PANNAIN, Abbandono di persone minori o incapaci in Nuovo digesto Italiano 1957, pag. 16 e NEPPI MODONA, Sui presupposti della tutela penale del minore: art 591 c.p. e 593 c.p., in Rivista It. Diritto penale, 1976, 887).

4 Cassazione 21 ottobre 1953 inRivista di diritto penale,1954, II, 450.

5 Cassazione 12 gennaio 1968, inRivista di diritto penale, 1970, 887.

6 In tal senso vd. PANNAIN, MANZINI e MAGGIORE.

7 Cassazione penale, sez.V 24.2.70 n. 365.

8 Cass. 18.01.1983, n,332.

9 Contra si veda ANTOLISEI.

10 SCALOZZI, Sull’abbandono di persona minore o incapace, in Giustizia penale, 1986, II, 376.

11 Poiché la norma penale non consente interpretazioni estensive, non appare possibile comprendervi anche l’affidatario; sarebbe opportuna una modificazione legislativa in tal senso.


Avv. Rosalia Conforti
Avvocato
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