Ricettazione - configurabilita' - provenienza della cosa ricevuta - acquisto in mala fede
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Articolo del 09/10/2007 Autore Dott.ssa Federica Malagesi Altri articoli dell'autore


Ai fini della configurabilita' del reato di ricettazione, la prova dell'elemento soggettivo puo' essere raggiunta anche sulla base dell'omessa - o non attendibile - indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale e' sicuramente rivelatrice della volonta' di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede”.

E' quanto affermato la Corte di Cassazione con sentenza n. 35176 del 20 settembre 2007 confermando l'orientamento già consolidatosi in materia (Cass. pen., Sez. 2, 21/03/2003, n. 15757 Cass. pen., Sez. 2, 27/02/2003, n. 16949; Cass. pen., Sez. 2, 20/01/2003, n. 1176; Cass. pen., Sez. 2, 10/12/2002, n. 4227; Cass. pen., Sez. 2, 27/02/1997, n. 2436).

Sulla base di detto principio il Supremo Collegio ha, quindi, ritenuto priva di vizi la sentenza di condanna comminata dal giudice di secondo grado nei confronti di ME., per il reato di ricettazione di un'auto di provenienza furtiva.

La Corte d'Appello aveva, infatti, confermato la pronuncia di condanna del Tribunale di primo grado sull'assunto che - ritenuta pacifica la disponibilità della vettura da parte dell'imputato - era determinante, in ordine alla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato contestato,la circostanza che l'imputato non avesse fornito alcuna giustificazione in ordine alle modalità di acquisizione del veicolo, rendeva ovviamente inaccoglibile l'istanza di derubricazione del fatto nell'ipotesi meno grave dell'incauto acquisto.

Avverso detta pronuncia proponeva ricorso per Cassazione l’imputato, il quale assumeva che la sentenza impugnata non motivava in ordine alla sussistenza del dolo eventuale, insufficiente ai fini dell'integrazione del reato di cui all'articolo 648 c.p..

Sul punto la S.C. ha precisato che “la ricorrenza dell'elemento indicativo del dolo non viene affermata sulla base della stigmatizzazione negativa della legittima scelta dell'imputato di tacere, ma sulla base del fatto oggettivo che lo stesso non ha ritenuto di dare alcuna spiegazione in ordine alle circostanze e alle modalita' nelle quali e con le quali ebbe a ricevere la cosa provento di delitto”.

Dott.ssa Federica Malagesi
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Corte di Cassazione Sezione 2 Penale

Sentenza del 20 settembre 2007, n. 35176

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1.1. Con sentenza in data 30/9/2005, la Corte di appello di Lecce confermava la sentenza del Tribunale di Brindisi dichiarativa della responsabilita' di ME. An. per il reato di ricettazione di auto di provenienza furtiva e di condanna dell'imputato alla pena di un anno di reclusione ed euro 450,00 di multa.

Per quanto rileva in questa sede la Corte territoriale osservava che - pacifica la disponibilita' della vettura da parte dell'imputato - era determinante, in ordine alla sussistenza dell'elemento soggettivo del reato contestato, la circostanza che il ME. non avesse fornito alcuna giustificazione in ordine alle modalita' di acquisizione del veicolo; cio' rendeva ovviamente inaccoglibile l'istanza di derubricazione del fatto nell'ipotesi meno grave dell'incauto acquisto. 1.2. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per Cassazione il ME., personalmente, deducendo: 1) erronea applicazione della legge penale sotto il profilo della corretta qualificazione giuridica del fatto; 2) difetto di motivazione. Assume il ricorrente che la sentenza impugnata non motiva in ordine alla sussistenza del dolo eventuale, insufficiente ai fini dell'integrazione del reato di cui all'articolo 648 c.p.; che i Giudici del merito non hanno considerato che il veicolo non presentava alcun segno esterno rivelatore della provenienza furtiva e che, di conseguenza, hanno omesso di motivare sul criterio distintivo tra la ricettazione, richiedente la consapevolezza della provenienza furtiva e l'incauto acquisto.

Il ricorrente chiede l'annullamento dell'impugnata sentenza; in subordine l'annullamento con rinvio per la determinazione della pena per il reato ex articolo 712 c.p.; in via subordinata, anche, la dichiarazione di prescrizione in base alla nuova normativa.

2. I motivi di ricorso risultano strettamente connessi, dal momento che con essi si censura, sotto il duplice profilo della violazione di legge e del difetto di motivazione, l'omessa qualificazione del fatto nell'ipotesi meno grave di incauto acquisto e si rivelano, entrambi, manifestamente infondati. Invero, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, ai fini della configurabilita' del reato di ricettazione, la prova dell'elemento soggettivo puo' essere raggiunta anche sulla base dell'omessa - o non attendibile - indicazione della provenienza della cosa ricevuta, la quale e' sicuramente rivelatrice della volonta' di occultamento, logicamente spiegabile con un acquisto in mala fede (Cass. pen., Sez. 2, 21/03/2003, n. 15757 Cass. pen., Sez. 2, 27/02/2003, n. 16949; Cass. pen., Sez. 2, 20/01/2003, n. 1176; Cass. pen., Sez. 2, 10/12/2002, n. 4227; Cass. pen., Sez. 2, 27/02/1997, n. 2436). In tal caso la ricorrenza dell'elemento indicativo del dolo non viene affermata sulla base della stigmatizzazione negativa della legittima scelta dell'imputato di tacere, ma sulla base del fatto oggettivo che lo stesso non ha ritenuto di dare alcuna spiegazione in ordine alle circostanze e alle modalita' nelle quali e con le quali ebbe a ricevere la cosa provento di delitto.

Di tali principi i Giudici di merito hanno fatto corretta applicazione nel caso di specie, evidenziando l'assenza di indicazioni da parte dell'imputato in merito all'acquisto dell'autovettura. E' appena il caso di osservare che la mancanza di "segni esteriori" della provenienza furtiva del bene e' circostanza che non legittima una presunzione di buona fede del ME., avuto riguardo alla disciplina della circolazione dei beni mobili registrati.

Relativamente alla richiesta subordinata di applicazione del piu' breve termine di prescrizione introdotto con Legge n. 251 del 2005 si osserva che, al momento di entrata in vigore della normativa, il presente giudizio era gia' stato definito in grado di appello, per cui, in base alla disciplina transitoria, si applicano le disposizioni previgenti: la "parte" della citata legge, articolo 10, di cui occorre fare applicazione nel caso all'esame, e', infatti, quella risultata immune dall'intervento della Consulta che, con sentenza n. 393/2006, ha dichiarato l'illegittimita' costituzionale della norma "limitatamente alle parole "dei processi gia' pendenti in primo grado, nonche'". E' il caso di aggiungere che questa S.C. ha avuto gia' modo di evidenziare che anche alla luce delle statuizioni della citata sentenza del Giudice delle leggi deve ritenersi ragionevole la scelta legislativa di individuare nell'intervento di una sentenza di condanna il fatto ostativo all'efficacia retroattiva della lex mitior. Essa infatti salvaguarda il valore dell'efficienza del processo, evitando un sacrificio dell'aspettativa, costituzionalmente tutelata, della ragionevole durata, che implica che il processo, dopo una pronuncia di condanna, possa essere portato a conclusione, e tutela i diritti dei soggetti che, in vario modo, sono destinatali della funzione giurisdizionale (Cass. sez. 6, 27/11/2006, n. 42189).

In definitiva i motivi di ricorso incorrono nella sanzione di inammissibilita'.

A mente dell'articolo 616 c.p.p. alla declaratoria di inammissibilita' - determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso - consegue l'onere delle spese del procedimento, nonche' del versamento in favore della cassa delle ammende della somma di euro 1.000,00, cosi' equitativamente fissata in ragione dei motivi dedotti.

P.Q.M.


Dott.ssa Federica Malagesi
consulente legale

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