L'abitazione della casa familiare nell'affido condiviso
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Articolo del 06/10/2007 Autore Avv. Rosalia Conforti Altri articoli dell'autore


L’art 155 quater c.c. introdotto dall’art. 1, comma 2, legge 8 febbraio 206 n. 54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli) determina una nuova regolamentazione dell’istituto dell’assegnazione familiare nella separazione personale tra coniugi.La norma in questione prevede che “il godimento della casa familiare è attribuito tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli. Dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolamentazione dei rapporti economici tra i genitori, considerando l’eventuale titolo di proprietà. Il diritto al godimento della casa familiare viene meno nel caso che l’assegnatario non abiti o cessi di abitare stabilmente nella casa familiare o conviva more uxorio o contragga nuovo matrimonio. Il provvedimento di assegnazione o quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’art. 2643..”.

Con riferimento alla previgente disposizione, la recente riforma ha eliminato il principio in forza del quale la casa coniugale dovesse spettare di preferenza al genitore affidatario della prole. È evidente, dunque, che il dettato dell’abrogato art. 155, comma 4, - secondo cui l’assegnazione era disposta, “(....) di preferenza e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli” – non poteva essere riproposto in un contesto normativo che propone la regola dell’affidamento condiviso, in quanto è praticamente impossibile una pronuncia di assegnazione dell’immobile in favore di entrambi i genitori affidatari1.

V’è, tuttavia, da sottolineare come l’inciso della norma “...tenendo prioritariamente conto dell’interesse dei figli..” consente di ritenere che, anche nel caso di affidamento condiviso, il giudice ha il potere – dovere di determinare una prevalente localizzazione della vita della prole, a tutela della quale egli provvede ad assegnare la casa familiare al coniuge con il quale i figli debbano intrattenere più stabili e frequenti relazioni2.

In realtà, il nuovo tenore dell’art. 155 quater c.c. ripropone il contrasto interpretativo - già insorto all’indomani dell’entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia in sede di applicazione dell’art. 155, comma 4, c.c. - circa il potere del giudice di disporre l’assegnazione della casa familiare soltanto in presenza dei figli e per la tutela del loro interesse a non subire il trauma dell’allontanamento dall’immobile ove si era svolta la loro esistenza fino al momento della separazione, oppure anche come misura patrimoniale integrativa o sostitutiva dell’assegno di mantenimento, previsto dall’art. 156 c.c., in favore del “coniuge debole”3.

Il suddetto contrasto interpretativo è stato superato dalle sezioni unite della Cassazione con sentenza n. 11297/19954 (pronunciata in materia di divorzio ma con espliciti riferimenti anche alla separazione) secondo cui “anche nel vigore della legge 6 marzo 1987 n. 74, il cui art. 11 ha sostituito l’art. 5 della legge 1 dicembre 1970 n. 898, la disposizione del comma 6di quest'ultimanorma, in tema di assegnazione della casa familiare, non attribuisce al giudice il potere di disporre l'assegnazione a favore del coniuge che non vanti alcun diritto - reale o personale - sull'immobile e che non sia affidatario della prole minorenne o convivente con figli maggiorenni non ancora provvisti, senza loro colpa, di sufficienti redditi propri”.

Con riferimento alla giurisprudenza formatasi prima della recente riforma in tema di affidamentocondiviso, poteva dunque dirsi acquisito il principio secondo cui l’assegnazione della casa coniugale fosse finalizzata alla protezione della prole e non al bilanciamento della debolezza economica di uno dei coniugi alle cui esigenze era destinato l’assegno di mantenimento, con la conseguenza che il giudice non poteva, in assenza di figli conviventi, assegnare la casa coniugale - diproprietà di uno dei coniugi – all’altro, che avesse ritenuto più debole.

Ed è proprio in tale contesto interpretativo ed applicativo che si colloca l’attuale intervento del legislatore che, nell’indicare il criterio di riferimento per l’attribuzione del godimento della casa familiare, adopera l’avverbio “prioritariamente”. Ciò, in altri termini, vuol dire che il giudice, lungi dal disinteressarsi del problema casa sol perché si sia disposto l’affidamento condiviso, dovrà stabilire a chi dei due coniugi assegnare l‘abitazione, preferendo, ovviamente, quello che è stato indicato come collocatario prevalente della prole5.

Tale orientamento sembra essere testualmente confermato, altresì, dalla seconda parte dell’art. 155 quater, comma 1, il quale stabilisce che “dell’assegnazione il giudice tiene conto nella regolamentazione dei rapporti economici tra i genitori, considerando l’eventuale titolo di proprietà”. Il legislatore ha così inteso tradurre in previsione normativa la regola già elaborata in giurisprudenza6 che imponeva, in sede di determinazione del contributo dovuto per il mantenimento dei figli e del coniuge, di imputare il beneficio economico derivante a quest’ultimo dalla detenzione dell’immobile di proprietà del coniuge obbligato7.

L’incidenza del provvedimento di assegnazione della casa familiare sui rapporti economici tra i genitori muta a seconda del titolo vantato sull’immobile, prima della crisi coniugale, da parte dell’uno o dell’altro.

Ed invero.

Se l’immobile è di proprietà esclusiva del coniuge non assegnatario, l’importo del contributo di mantenimento, eventualmente dovuto dal coniuge proprietario in favore dell’altro coniuge e dei figli, dovrà tener conto del sacrificio economico patito in conseguenza dell’impossibilità di utilizzare l’immobile per la durata dell’esigenza che ne ha comportato l’assegnazione. Qualora, invece, l’immobile è in comproprietà ordinaria o legale tra i coniugi, nel determinare un eventuale contributo di mantenimento a carico del coniuge non assegnatario, il giudice dovrà tener conto della coattiva sottrazione della facoltà di godimento della cosa comune e della necessità di far fronte alla propria esigenza abitativa.Fermo restando, dunque, che il giudice potrà disporre l’assegnazione della casa coniugale soltanto in presenza di figli e per la tutela del loro interesse, dell’assegnazione della casa familiare il giudice stesso dovrà tenere conto in sede di determinazione del contributo dovuto dal coniuge non assegnatario nei conforti dei figli, nonché dell’eventuale contributo di mantenimento dovuto dall’uno in favore dell’altro coniuge8.

Un accenno merita la parte dell’art. 155 quater, laddove si stabilisce una ridefinizione del provvedimento allorchéil coniuge assegnatario sia passato a nuovenozze o abbiainstauratounaconvivenzamoreuxorio.Sedovesse interpretarsi la norma in termini di automatico cambio di coniuge assegnatario la norma potrebbe apparire per più versi di sospetta costituzionalità. Sul punto, infatti, alcuni autori hanno segnalato che tale norma pare non tener conto, difformemente dallo spirito della riforma, dell’interesse dei minori, i quali potrebbero vedersi privati della casa familiare anche se, è comunque previsto che dell’interesse del minore il giudice debba tener conto nel caso in cui debba decidere della revoca dell’assegnazione.

In proposito l’ultima parte del primo comma dell’art. 155 quater, stabilisce che “il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell’articolo 2643 c.c.”.

La nuova norma ribadisce quanto già risultava dall’ordinamento a seguito della sentenza della Corte Costituzionale 27.07.1988 n. 4549, che aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale del comma 4° dell’art 155 c.c. previgente, nella parte in cui non prevedeva la trascrizione del provvedimento giudiziale di assegnazione dell’abitazione nella casa familiare al coniuge affidatario della prole, ai fini dell’opponibilità ai terzi. Con la nuova norma, peraltro, il richiamo relativo alla trascrizione è operato con riferimento all’art. 2643 c.c. e non più, quindi, all’art. 1599 c.c, secondo la precedente interpretazione giurisprudenziale che traeva spunto dall’art. 6, comma 6, della legge n. 898 del 1970 (legge sul divorzio). Da tanto ne deriverebbe, secondo opinione già espressa10, che l’opponibilità ai terzi (in caso di alienazione a loro favore) non possa essere neppure novennale ove il diritto non sia trascritto, mentre nel conflitto tra l’assegnatario e l’eventuale terzo acquirente è destinato a prevalere colui che abbia anteriormente provveduto a trascrivere il proprio titolo.

L’art. 155 quater, comma 1, prevede poi che il diritto all’assegnazione della casa familiare si estingua:

Con riguardo alla prima ipotesi, va evidenziato che trattasi di casi eccezionali, nei quali, per imprevedibili e sopravvenute ragioni, l’assegnatario, pur in presenza del provvedimento di assegnazione, decida di non abitare la casa familiare, realizzando, in tal modo, un comportamento pregiudizievole per i figli tanto da configurare il presupposto indicato all’art. 709 ter c.p.c. per la modifica dei provvedimenti e per un ulteriore provvedimento sanzionatorio nei confronti dello stesso.

Nel caso sub 2, invece, il coniuge assegnatario dovrebbe, preliminarmente,rappresentare al giudice le mutate esigenze (riferite allo stesso oppure alla prole), e richiedere una revoca o una modifica del provvedimento di assegnazione.

Maggiormente problematica si rivela la causa di estinzione costituita dalla instaurazione di una convivenza more uxorio all’interno dell’immobile oggetto di assegnazione.

Ed invero.

Si è già avuto modo di sottolineare come il legislatore abbia reso strumentale l’assegnazione della casa familiare alla realizzazione dell’interesse dei figli al mantenimento del pregresso ambiente domestico al fine di tutelare il diritto del figlio a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori.Tali principi si rendono ancor più saldi nel caso di estensione del godimento della casa familiare al convivente more uxorio dell’assegnatario. Il legislatore, infatti, ha mostrato una certa riprorevolezza nello sfruttamento del godimento della casa familiare per l’instaurazione di una relazione con un soggetto che, di fronte ai figli, rischia di porsi come “figura alternativa” a quella dell’altro genitore.

A fortiori rispetto all’instaurazione di una convivenza more uxorio - e in coerenza col disposto dell’art. 4, comma 2, legge n. 54 del 2006, che espressamente estende le nuove norme sull’affidamento condiviso ai casi di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati -è causa di estinzione del diritto al godimento della casa familiare il nuovo matrimonio contratto dall’assegnatario.

Da tutto quanto sopra, si evince, dunque, che la nuova disposizione individua una nuova nozione di casa familiare: non più mero luogo fisico ove “collocare” la residenza della prole in seguito alla cessazione della convivenza coniugale, bensì ambiente idoneo ad accompagnare, con caratteristiche il più possibile simili a quelle antecedenti, l’esistenza, lo sviluppo e la crescita della prole.

Avv. Rosalia Conforti


Note:

1 Appare ovvio che in ipotesi di affido esclusivo, la casa di abitazione coniugale venga, come previsto in passato, attribuita al coniuge affidatario.

2 V’è anche chi (FINOCCHIARO, in Guida al Diritto, 2006,11) prospetta la possibilità di un’alternanza nella casa coniugale dei genitori.

3 A favore del primo orientamento si veda cassazione 1990 n. 1178e per il secondo orientamento vd. Cassazione 17 agosto 1990 n. 5632

4 Pubblicata in Nuova giurisprudenza civile commentata, 1996, I, 517, con nota di E. Quadri, Assegnazione della casa familiare, interesse della prole e tutela del coniuge.

5 Padalino, Laffidamento condiviso dei figli, Torino, 2006,pag. 135 e ss. ; Patti S. e RossiCarleo L., Laffidamento condiviso, Milano 2006, p. 181 e ss.

6 Cassazione sez.I, 12 gennaio 2000, n. 266, Diritto famiglia, 2001, 544, con nota di Liberti.

7 Come è stato scritto, “ si legittima la prassi di considerare, ai fini della determinazione dell’assegno, rilevante la diminuzione di reddito che deriva al genitore proprietario dalla circostanza che la casa familiare sia assegnata all’altro per accordo tra le parti o per decisione del giudice”.

8 M. Paladini, L’abitazione della casa familiare nell’affidamento condiviso, in Famiglia e Diritto n. 3/2006.

9 Conlanotapronuncian.454/89laCortehadichiaratol'illegittimitàcostituzionaledell'art.155,comma4,c.c.nellaparteincuinonprevedevalatrascrizionedel provvedimentodiassegnazionealconiugeseparatoaffidatariodellaproleaifinidell'opponibilità ai terzi, ritenendo del tutto ingiustificata la difforme disciplina dettata dallanormadenunziatarispettoaquelladicuiall'art.6,comma6,leggen. 74/1987,normeentrambe ispirate all’eadem ratio dell'esclusivo riferimento all'interesse morale e materialedella prole, interesse rispetto al quale è strumentale il diritto del coniuge alla abitazione

10 G. Servetti, Consigliere della Corte d’Appello di Milano.


Avv. Rosalia Conforti
Avvocato
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