Dott.ssa V. Damiani : favoreggiamento della prostituzione (Traccia n.8 del Corso on line Avv. Viola)
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Articolo del 25/05/2005 Autore Redazione Altri articoli dell'autore




Si segnala il seguente svolgimento di parere per la particolare lucidità argomentativa dimostrata dalla dott.ssa V. Damiani.
Il parere è ben redatto perché tutti i passaggi logici sono chiari e, nella parte finale, si evidenziano anche possibili strategie difensive (ad ulteriore completezza dell’elaborato).
Come è agevole vedere, il valore di un elaborato non dipende assolutamente dalla lunghezza, quanto piuttosto dalla presenza di argomentazioni (seppure essenziali) di agevole comprensione, nonché dalla qualità delle stesse.

Avv. Luigi Viola




PARERE DI DIRITTO PENALE (13/5/2005) N.8/A
Tizio commerciante di vestiti è un amante di belle donne.
Una sera decide di recarsi da una prostituta per prendere appuntamento per il giorno dopo; il giorno seguente, Tizio ospita la prostituta nella sua abitazione e consumano il rapporto carnale.
Successivamente, la prostituta chiede di essere riaccompagnata al “luogo di lavoro”, ma Tizio si sente troppo stanco per cui decide di chiedere un favore al suo fraterno amico Caio; Caio data la consolidata amicizia accontenta Tizio e riaccompagna la prostituta sul luogo di lavoro.
Il giorno dopo, Caio viene a sapere che nel “luogo di lavoro” della prostituta, con cui aveva avuto il rapporto sessuale Tizio, erano state situate dalla polizia delle microspie; Caio si spaventa e si rivolge ad un avvocato.
Il candidato assunte le vesti del legale di Caio e premessi brevi cenni sull’istituto del favoreggiamento della prostituzione, affronti la questione giuridica prospettata.




La questione proposta dalla fattispecie in esame è relativa alla configurabilità, come condotta penalmente perseguibile alla stregua di favoreggiamento della prostituzione, del riaccompagnamento della prostituta sul “luogo di lavoro” dopo la consumazione del rapporto carnale, in quanto suscettibile di agevolare la altrui attività di meretricio.
Al fine di delineare l’esatta disciplina applicabile e di valutare se possa ritenersi integrata la norma di cui all’art. 3 co 8 della Legge n. 75 del 20 febbraio 1958 (c.d. L. Merlin) nota in particolare per l’abolizione delle case di prostituzione, occorre brevemente inquadrare il panorama giuridico in materia. La menzionata legge ha sostituito le norme del codice penale di cui agli articoli 531-536 c.p. posti nel capo relativo ai delitti contro la c.d. “morale sessuale”, introducendo una normativa specificamente rivolta a combattere lo sfruttamento della prostituzione altrui. In particolare, con l’effetto di tipizzare le condotte penalmente sanzionabili connesse al fenomeno della prostituzione, tra le quali l’induzione, lo sfruttamento, l’agevolazione ed il favoreggiamento.
Non viene annoverata tra le condotte aventi autonomo rilievo penale, invece, l’attività di meretricio in sé e per sé considerata.
La ratio della legislazione del 1958, sostanzialmente confermata dalle modifiche apportate nel 2003 all’articolo 600 c.p., recante norme in materia di riduzione in schiavitù, è espressione della basilare necessità di accordare tutela alla libertà e dignità della persona, contro tutti i meccanismi spesso strettamente legati alla criminalità organizzata, di riduzione in schiavitù e sfruttamento a fini economici della persona.
Ciò significa che al di là della tutela della moralità pubblica e del buon costume si vogliono impedire condotte lesive della dignità e libertà dell’individuo, costituzionalmente garantite.
Secondo la giurisprudenza prevalente, il reato di favoreggiamento della prostituzione consiste in una condotta volta ad agevolare e sostenere la altrui attività di meretricio sotto il profilo organizzativo, mediante un agire improntato a fornire supporto, strumenti ed ausilio alla prestazione ed all’offerta della prostituzione. Si distinguerebbe, invece, dal più grave reato di sfruttamento della prostituzione per l’assenza del carattere di controllo e soggezione in senso proprio, normalmente improntato anche all’appropriazione di parte dei proventi dell’altrui attività di mercimonio.
Rispetto, inoltre, alle ipotesi di favoreggiamento personale e reale, di cui agli articoli 378 e 379 c.p. si connoterebbe per il fatto di non presupporre un reato, non avendo la prostituzione autonoma rilevanza penale, laddove, invece, l’articolo 378 sarebbe volto ad evitare che siano alterate le prove dei reati avendo come oggetto la tutela del corretto svolgimento delle attività investigative, mentre l’articolo 379 sarebbe volto ad evitare il consolidamento delle conseguenze del reato impedendo l’acquisizione definitiva in capo al reo del provento, prezzo o profitto del reato.
Il favoreggiamento della prostituzione è previsto dal co. 8 dell’articolo 3 della Legge Merlin come ipotesi residuale rispetto a quelle specificamente indicate nei commi precedenti e configurato come fattispecie a forma libera o “causalmente orientata”. Ciò per assicurare la più ampia sfera di applicazione della norma comprendendovi tutte le condotte idonee a ledere il bene garantito, stante la rilevanza degli interessi tutelati.
L’apparente ampiezza di tale previsione, in astratto idonea a comprendere anche l’ipotesi di riaccompagnamento della prostituta sul luogo di lavoro, dev’essere però messa in relazione con i principi generali del diritto penale, al fine di non incorrere nella violazione dei principi di tassatività e determinatezza della norma penale, espressi dal brocardo “nullum crimen sine lege”.
In primo luogo, il principio di materialità del diritto penale di cui all’articolo 25 2°co della Costituzione, sancisce che la punibilità dell’azione è subordinata all’idoneità in concreto ad offendere l’interesse che la norma incriminatrice protegge, nei reati di offesa, o che attraverso essa il legislatore intende perseguire, nei reati di scopo. Ciò impone una considerazione dell’azione in termini di idoneità offensiva e finalismo oggettivo.
Nel caso in esame, la ratio sottesa alla normativa, deducibile anche dal combinato disposto della Legge Merlin con gli articoli 600 e ss del c.p., è quella di garantire la dignità e la libertà delle persone contro quelle condotte che palesano pressioni, forme di assoggettamento, sottoposizione all’altrui dominio mediante violenza, minaccia, inganno, abuso di autorità, approfittamento di situazioni di inferiorità fisica o psichica o di necessità.
Se questa è la ratio sottesa alla legislazione in materia non è possibile rinvenire nella condotta di riconduzione della prostituta sul luogo di lavoro una condotta lesiva dell’interesse protetto dalla norma e ciò sia per il principio di offensività che subordina la punibilità all’effettiva lesione del bene tutelato dalla norma sia, sotto altro profilo, per l’assenza dell’elemento psicologico del favoreggiamento, non potendosi presumere in capo al cliente, fatta salva la prova contraria, il dolo generico di favorire il mercimonio.
Inoltre tale condotta, di per sé accessoria rispetto al rapporto principale, congiunzione carnale con la prostituta, risulta essere nel caso in esame anche completamente svincolata dalla condotta principale e priva di qualsiasi disvalore sul piano fattuale.
Merita menzione sotto il profilo applicativo il fatto che il legislatore ha ritenuto utilizzabile a fini probatori la figura dell’agente provocatore, ovvero l’utilizzo di agenti infiltrati nelle organizzazioni criminali spesso alla base del procacciamento e della riduzione in schiavitù a fini sessuali, quale strumento idoneo a raccogliere le prove dei reati. Sotto il profilo evidenziato nella traccia dell’utilizzo delle microspie presso il “luogo di lavoro” delle prostitute, si potrebbero ipotizzare, invece, profili di violazione della privacy. Conseguentemente, in un’ottica di bilanciamento tra le opposte esigenze di prevenzione dei reati e di tutela della privacy dei “clienti” delle prostitute, si ritiene che tali strumenti debbano essere utilizzati restrittivamente ed esclusivamente in un’ottica di prevenzione dei reati.


Dott.ssa Valeria Damiani.





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