Sanzioni disciplinari e diritto alla qualifica
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Articolo del 17/08/2007 Autore Avv. Matteo Belli Altri articoli dell'autore


IL DIVIETO DELLE SANZIONI DEFINITIVE E L'ISTITUTO DELLA RETROCESSIONE

La qualifica, che discende dalla formazione e dalla carriera di ogni lavoratore, esprime le capacità tecnico professionale del lavoratore ed è strettamente legata alla persona del lavoratore. Per questi motivi, essa viene ad essere ricompresa nel concetto di tutela del lavoro di cui all'art. 35 Cost, nella misura in cui lo è anche la professionalita` maturata dal lavoratore. Anche il diritto alla qualifica va dunque identificato quale diritto essenziale della persona del lavoratore, la cui tutela assurge a principio generale dell'ordinamento del lavoro.

La Cassazione ha più volte affermato che il diritto alla mansione ex art. 2103 c.c. rientra nel panorama di tutela del lavoratore di cui all'art. 35 Cost. D'altra parte è evidente che riconoscere tale prospettiva al “diritto alla mansione”, significa estenderlo anche alla qualifica, che a maggior ragione rispecchia la professionalità maturata sul lavoro.

In tema di danno alla professionalità, la Cassazione afferma che: “ Secondo la consolidata giurisprudenza di legittimità, l' articolo 2103 c. c. fonda un diritto del lavoratore all'effettivo svolgimento della propria prestazione di lavoro . Tale convincimento viene motivato sia con il tenore testuale della norma citata, la quale dispone che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o quelle che abbia successivamente acquisito, sia con la funzione del lavoro, che costituisce non solo un mezzo di sostentamento e di guadagno, ma anche un mezzo di estrinsecazione della personalità del lavoratore , ai sensi degli artt. 2, comma 1, 4, comma 1, e 35, comma 1, Cost .". 1

A sostegno della tesi che vuole il diritto alla qualifica quale principio fondamentale del diritto del lavoro, sottratto alla disponibilità dalle parti, subentra anche l'art. 7, quarto comma, prima parte, della legge 20 maggio 1970, n. 300 (c.d. Statuto dei Lavoratori):" fermo restando quanto disposto dalla legge 15 luglio 1966, n. 604, non possono essere disposte sanzioni disciplinari che comportino mutamenti definitivi del rapporto di lavoro ".

Esclusa la sanzione del licenziamento, per la quale vige una specifica e dettagliata disciplina, sono dunque vietate le sanzioni aventi effetti definitivi. Tra di queste rientra senza dubbio la retrocessione, la cui afflittività non si estingue in un più o meno breve lasso di tempo, ma comporta effetti negativi permanenti che si estendono al proseguio della carriera del lavoratore in termini di retribuzione, possibilità di carriera, mansioni e che si protraggono, in astratto, sino alla pensione, assumendo i caratteri della definitività.

Nel settore degli autoferrotranvieri la sanzione della retrocessione, retaggio della disciplina del 1931, viene ancora applicata. Essa è destinata a violazioni disciplinari particolarmente gravi (art. 44 all. a r.d. 148/31):” Si incorre nella retrocessione: 1) per falso deposto o calcolata reticenza nelle risposte ai superiori, allo scopo di occultare la verità per nuocere ad altri agenti ; 2) per avere recato pregiudizio alla sicurezza dell'esercizio, causando accidenti nella marcia dei treni, con non grave danno del materiale, delle  persone e delle cose; 3) per trascuratezza abituale nell'esercizio delle proprie mansioni che rechi danno all'azienda,  o per trascuratezza che abbia recato grave danno  all'azienda; 4) per inabilità od incompatibilità all'esercizio del proprio ufficio, sopraggiunte per motivi imputabili all'agente; 5) per contravvenzioni commesse o facilitate in ragione dell'ufficio alle leggi e ai regolamenti in materia di dogane, dazi, posta, monopoli e sanità pubblica “.

L'art. 7 dello Statuto dei Lavoratori prevede il divieto di sanzioni aventi effetti definitivi; come visto, la retrocessione ha effetti permanenti e incide sulla posizione lavorativa rendendo deteriori le mansioni, la retribuzione e le possibilità di carriera. Il lavoratore, a norma dell'art. 44 ultimo comma r.d. 148/31, può ottenere la restituzione della qualifica rivestita prima della retrocessione, purché sia trascorso almeno un anno dal provvedimento. Tuttavia la reintegrazione è una mera eventualità , subordinata ad un giudizio di meritevolezza da parte dell'Azienda. Al medesimo giudizio è subordinato anche l'eventuale l'accorciamento della proroga del termine per l'aumento dello stipendio, pena accessoria sempre comminata unitamente alla retrocessione.

Qualora l'azienda non reputi il lavoratore meritevole della restituzione della qualifica, dunque, la sanzione opera con effetti permanenti e definitivi.

Si manifestano dubbi sulla legittimità costituzionale di una simile previsione. In particolare, le disposizioni degli artt. 37, primo comma, n. 5 e 44 del R.D. n. 148/1931 cit. prevedono appaiono in contrasto con l'art. 35, primo comma, della Costituzione, che afferma l'esigenza che la Repubblica tuteli il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni.

Come sostenuto dalla Pretura di Napoli, la tutela del lavoro si attua anche attraverso la salvaguardia del diritto alla qualifica e “ poiché la qualifica non costituisce di certo un beneficio accordato discrezionalmente dal datore di lavoro, né tanto meno un accessorio delle obbligazioni principali derivanti dal rapporto di lavoro, ma rappresenta e si identifica con la persona del lavoratore, in ciascun momento storico del rapporto di lavoro considerato, individuando le qualità essenziali ed ontologiche della sua capacità professionale e lavorativa, appare impossibile che il datore di lavoro possa, con mero provvedimento disciplinare, privare il lavoratore della capacità lavorativa da lui raggiunta, "retrocedendolo" ad una qualifica inferiore ovvero azzerando (anche attraverso ripetute retrocessioni, teoricamente possibili, secondo la normativa de qua) addirittura i progressi tecnici maturati dal dipendente ”. 2

La retrocessione prevista per gli autoferrotranvieri rappresenta un'eccezione nel nostro ordinamento, nel quale il deterioramento della qualifica è ammesso soltanto in occasione della sopravvenuta inidoneità fisica del lavoratore, quale mezzo di tutela dell'occupazione. In tutte le altre ipotesi, invece, essa è vietata anche alla luce dell'art. 2103 del c.c., che sancisce il divieto di demansionamento ( e, a maggior ragione, della retrocessione), e sottrae alla sfera di efficacia dei provvedimenti disciplinari la materia della qualifica, in conformità al dettato costituzionale.

Le disposizioni degli artt. 37, primo comma, n. 5 e 44 del R.D. n. 148/1931, inoltre, appaiono in contrasto con l'art. 3 della Costituzione in quanto prevedendo una disciplina speciale in tema di sanzioni disciplinari deteriore per i dipendenti di aziende ferrotranviarie, rispetto a tutti gli altri lavoratori subordinati.

Sostanzialmente, infatti, ai lavoratori dipendenti di aziende ferrotranviarie è riservato un trattamento deteriore rispetto a tutti gli altri lavoratori dipendenti, per i quali la legge non prevede, e non ammette, la possibilità di una perdita della qualifica raggiunta, quale particolare tipo di sanzione disciplinare. Non si rinviene, d'altra parte, una necessità correlata alla specialità del rapporto di lavoro in oggetto, che possa giustificare una deroga ai principi generali in tema di sanzioni disciplinari .

Ciò si evince anche dal raffronto con omologhi rapporti di lavoro , improntati alle medesime esigenze di specialità, che non prevedono la sanzione in esame: è il caso dei Ferrovieri o degli autoferrotranvieri internavigatori e delle autolinee private. Rispetto a questi ultimi, l'art. 66 del CCNL 23.07.1976 prevede le sanzioni del rimprovero, della multa, della sospensione e del licenziamento, mentre non è prevista la retrocessione .

Tale misura non è prevista neppure per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato (per i quali il CCNL 6.02.1998 all' art. 95 prevede esclusivamente: rimprovero scritto e verbale, multa, sospensione licenziamento), né per i dipendenti delle Aziende di trasporto merci (CCNL 25.07.1991, art. 31).

Se il rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri è oggetto di una disciplina speciale, dettata dalle peculiari esigenze del settore, è altrettanto vero che in ambiti caratterizzati dalle stesse particolarità e specialità non si rinviene la sanzione della retrocessione. Proprio in riferimento a rapporti di lavoro simili a quello in oggetto, allora, emerge l'incompatibilità della disciplina sanzionatoria destinata agli operatori delle Aziende di pubblico Trasporto con il dettato dell'art. 3 della Costituzione.

La questione di legittimità costituzionale è stata proposta dal Pretore di Napoli per due volte ed è stata, in entrambe i casi, rigettata dalla Corte Costituzionale in quanto inammissibile per difetto di giurisdizione del giudice rimettente. 3 La materia oggetto del Giudizio de quo era infatti devoluta al Giudice Amministrativo. Ne deriva che la sanzione continua ad essere applicata nel regime del Regio Decreto 148/31, poiché la Corte Costituzionale non si è ancora pronunciata nel merito della questione proposta, né vi è stata una modifica della disciplina, nemmeno da parte della contrattazione collettiva.

1 Cass. sez. lavoro, 22 febbraio 2003, n. 2763

2 Pretura di Napoli, Ordinanza 477 del 13.05.1993

3 Corte Costituzionale, ordinanze n. 60/1994 e 458/1992


Avv. Matteo Belli
Avvocato

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