Il disconoscimento della paternita’
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Articolo del 04/07/2007 Autore Avv. Rosalia Conforti Altri articoli dell'autore


L'azione di disconoscimento della paternità, prevista e disciplinata all'art. 235 del c.c., è volta a rimuovere lo status di figlio legittimo in contrasto con la presunzione legale di paternità di cui all'art. 231 c.c 1.

Secondo tale principio, il nostro ordinamento prevede che chi è nato o concepito in costanza di matrimonio si presume figlio del marito della madre. Più precisamente il figlio nato prima che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio è reputato legittimo, sebbene concepito fuori dal matrimonio, se uno dei coniugi, o il figlio stesso, non ne disconoscono la paternità (art. 233 c.c.), mentre il figlio nato dopo che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio si presume concepito durante il matrimonio (art. 232 c.c.).

L'azione di disconoscimento della paternità sia atteggia in modo diverso a seconda che il figlio sia nato prima o dopo che siano trascorsi centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio .

Ed invero.

Quando il figlio è nato fuori dei limiti della presunzione di concepimento, l'azione di disconoscimento non conosce limiti di ammissibilità, essendo sufficiente la sola prova della nascita prima dei centottanta giorni dalla celebrazione del matrimonio 2.

Se invece, il figlio è nato dopo che sia trascorso tale periodo, l'azione di disconoscimento si può esperire solo se ricorre uno dei quattro casi tassativamente specificati nell'art. 235, ossia:

•  se i coniugi non hanno coabitato nel periodo compreso tra il trecentesimo e il centoattantesimo giorno prima della nascita;

•  se durante tale periodo il marito era affetto da impotenza, anche se soltanto di generare;

•  se in tale periodo la moglie ha commesso adulterio;

•  se in tale periodo la moglie ha tenuto celata la marito la propria gravidanza e la nascita del figlio.

Il caso sub a) esige la prova rigorosa che non vi è stata, durante il periodo legale del concepimento, la coabitazione tra coniugi e, quindi, la possibilità di una unione. La Giurisprudenza ha chiarito che l'impossibilità di coabitare si verifica sempre allorquando, pur essendo possibili visite e incontri tra i coniugi, essi avvengano in circostanze tali da non poter consentire l'amplesso, giacché per vincere la presunzione di paternità è necessario e sufficiente che sia da escludere, nel periodo compreso tra il trecentesimo e il centottantesimo giorno prima della nascita, ogni rapporto intimo 3.

Il caso sub b) è la dimostrazione che, nel periodo legale di concepimento, il presunto padre non era in grado di generare per impotenza “ coeundi ” o “ generandi ”. La Cassazione ha però rilevato che l'impotenza coeundi , non accompagnata da impotenza generandi , non esclude la possibilità di fecondazione, possibile anche senza copula, con dei semplici contatti ad limine e che pertanto essa non può essere posta a fondamento di un'azione di disconoscimento 4.

Con riferimento al caso sub c ) per ottenere l'esito positivo dell'azione, non è sufficiente dare la prova dell'adulterio della moglie o del celamento della gravidanza ovvero della nascita, in quanto tale prova deve essere integrata da altri fatti o circostanze inconciliabili con la paternità, tra i quali l'art. 235 c.c. annovera specificatamente le caratteristiche genetiche o l'incompatibilità del gruppo sanguigno del presunto padre. A riguardo è opportuno segnalare il nuovo orientamento della Corte di Cassazione che, a seguito della sentenza n. 266 del 2004 - con la quale la Corte Costituzionale, " dopo aver tenuto conto, da un lato, dei progressi della scienza biomedica, che, ormai, attraverso le prove genetiche od ematologiche consentono di accertare l'esistenza o la non esistenza del rapporto di filiazione e, dall'altro, della difficoltà pratica di fornire la prova pratica dell'adulterio, nonché dell'insufficienza di tale prova ad escludere la paternità ", ha dichiarato parzialmente illegittimo l'art. 235 comma 1° n. 3 c.c. - ha statuito (Sentenza n. 8356/2007) che è possibile dare ingresso alle prove genetiche e a quelle ematologiche volte ad accertare che il figlio presenta caratteristiche genetiche o del gruppo sanguigno incompatibili con quelle del presunto padre, indipendentemente dalla previa dimostrazione dell'adulterio della moglie 5.

Nel merito l'indagine circa l'adulterio, riguardando diritti indisponibili, fa sì che eventuali ammissioni della moglie in corso di causa configurino elementi liberamente apprezzabili dal giudice. Inoltre, non è escluso che un eventuale rifiuto della moglie a sottoporsi ai prelievi necessari ai fini della prova genetica ed ematologia, possa essere valutata dal giudice ai sensi dell'art. 116, comma 2, c.p.c. quale elemento di convincimento, al fine di escludere o confermare la paternità, e ciò a prescindere dal fatto che, per un lungo periodo di tempo, comprendente l'epoca di concepimento del figlio, la donna, pur intrattenendo rapporti sessuali con altro uomo, abbia continuato a vivere con il marito e ad avere rapporti intimi con il medesimo.

In ordine alle modalità dell'azione (art. 244 c.c.) l'ordinamento prescrive che l'azione di disconoscimento deve essere proposta nel termine di sei mesi dalla nascita del figlio dalla madre; nel termine di un anno dal compimento della maggiore età per il figlio, o dal momento in cui sia venuto successivamente a conoscenza dei fatti che rendono ammissibile il disconoscimento per il figlio; nel termine di un anno dal giorno della nascita, per il marito che si trovava al tempo di questa nel luogo in cui è nato il figlio, nello stesso termine (ma che decorre dal giorno del suo ritorno nel luogo in cui è nato il figlio, o in cui è la residenza familiare, se ne era lontano, oppure dal giorno in cui ha avuto notizia della nascita, se egli prova di non aver avuto notizia di essa) 6. In caso di adulterio è però intervenuta una pronuncia della Corte Costituzionale la quale, risolvendo definitivamente contrastanti massime della giurisprudenza di merito, ha stabilito che il termine dell'azione di disconoscimento decorre dal giorno in cui il marito sia venuto a conoscenza dell'adulterio della moglie (Corte Cost. 134/85). La Suprema Corte ha successivamente specificato che il termine annuale per la proposizione dell'azione di disconoscimento della paternità decorre dal giorno della scoperta dell'adulterio nell'ipotesi in cui detta scoperta sia avvenuta successivamente alla nascita, mentre la decorrenza del termine resta quella fissata nel testo dell'art. 244 c.c. nella diversa ipotesi in cui la conoscenza dell'adulterio si sia verificata in epoca anteriore a tale evento (Cass. 5626/90).

Da segnalare è, altresì, la pronuncia di illegittimità costituzionale dell'art. 244 c.c. 7 nella parte in cui non prevede che il termine per la proposizione dell'azione di disconoscimento della paternità, nell'ipotesi di impotenza solo di generare del marito, decorra per quest'ultimo dal giorno in cui lo stesso è venuto a conoscenza della propria impotenza e per la moglie dal giorno in cui essa è venuta a conoscenza dell'impotenza del coniuge.

Il presunto padre la madre e il figlio sono litisconsorti necessari nel giudizio di disconoscimento di paternità e ciò perchè l'oggetto dedotto in giudizio interessa tutti i soggetti del rapporto di filiazione legittima. Se è coinvolto un figlio minore la posizione processuale di questi, rappresentato da un curatore ad hoc (ex art 247, comma 2 c.c.), deve essere scissa da quella di rappresentanza del genitore con la conseguenza che il curatore non deve farsi autorizzare a stare in giudizio dal giudice tutelare 8. Nel giudizio di disconoscimento, la madre minorenne, emancipata di diritto con il matrimonio, ha piena capacità processuale e non deve, pertanto, essere assistita dal curatore. La competenza è del Tribunale ordinario.

Si rileva infine che l'azione di disconoscimento di paternità è prevista a tutela di un diritto tipicamente indisponibile, in quanto di esso non è ammesso alcun tipo di negoziazione o anche di semplice rinunzia abdicativa, essendo stabilito solo per assicurare che i rapporti di famiglia, e massimamente quelli di filiazione, corrispondano a verità, a tutela di un interesse pubblico che trascende quello eventualmente contrario dei privati. (Cass. 2465/93; Cass. 8087/98). Di conseguenza il marito che si è sposato conoscendo lo stato di gravidanza della moglie, frutto dell'unione con un altro uomo, non ha implicitamente, rinunciato, proprio perché non ne poteva disporre, ad esperire l'azione di disconoscimento di paternità nei confronti del nascituro. Da quanto suesposto si evince che nel caso in esame il marito può esercitare l'azione di disconoscimento di paternità ricorrendone tutti i presupposti e condizioni di legge.

Altro problema su cui si è discusso è quello sugli effetti della perdita dello stato di figlio legittimo. Non è infatti legislativamente risolto il problema se il figlio, a seguito del positivo espletamento dell'azione, debba essere considerato figlio di ignoti (salvo poi il riconoscimento da parte della madre) ovvero assuma automaticamente lo stato di figlio naturale riconosciuto rispetto alla madre. La giurisprudenza è sul punto oscillante.

Ed invero.

Mentre un orientamento ha ritenuto che il figlio conserva lo stato di figlio naturale riconosciuto dalla madre, solo se la denuncia di nascita sia stata fatta dalla madre, mentre in caso contrario sarebbe necessario un nuovo riconoscimento, secondo altro orientamento il figlio assume sempre lo stato di figlio naturale riconosciuto dalla madre e questo sulla base del fatto che, il disconoscimento di paternità è azione tendente ad eliminare la paternità e non già la maternità.

Il problema potrebbe ritenersi risolto sulla base dell'art. 1 della Convenzione di Bruxelles del 12 settembre 1962, ratificata dalla legge 24 aprile 1967, n. 344, secondo cui la maternità è quella che risulta dall'atto di nascita, senza distinzione tra atto di nascita di figlio legittimo e di figlio naturale: a seguito del disconoscimento, il figlio resta comunque figlio naturale riconosciuto dalla madre perchè così risulta dall'atto di nascita.

 

Avv. Rosalia Conforti

Note:

1 FINOCCHIARO, Il disconoscimento di paternità, in C.S.M., Diritto di famiglia, Roma, 1994.

2L'attore che agisce per il disconoscimento ha sempre l'onere di provare il fatto costitutivo della relativa pretesa, ossia la non paternità, atteso che la posteriorità della nascita rispetto al matrimonio è di per sé sufficiente ad integrare una presunzione di status di figlio legittimo; pertanto va rigettata la domanda il cui fatto costitutivo-non paternità non sia provato altrimenti che sulla base del mero fatto cronologico della nascita (Cass. 12211/90; Cass. 4281/88).

3 Cfr. Cass. 19 ottobre 1970 n. 2074, in Rep. Giust.civ., 1970, voce Filiazione n.6 .

4Cass. 21/12/1960 n. 3298, in Rep. Giust. Civile, 1961, voce Filiazione , n. 7).

5 CARBONE, Adulterio della donna e disconoscimento di paternità:una riflessione su rapporti orizzontali (uomo-donna) e verticali (padre-figlio), in Corriere Giur., 2005, VI, p. 804.

6 I termini sopra citati sono tutti termini di decadenza che, in quanto tali, non sono sottoposti né a sospensioni processuali nè a sospensioni per incapacità naturale, pertanto il decorso del termine rende improponibile l'azione e l'eventuale istanza deve essere rigettata d'ufficio dal giudice. Solo in caso di interdizione per infermità di mente la decorrenza del termine è sospesa. L'azione può, in questo caso, essere promossa dal tutore ex art. 245 c.c..

7 Corte Costituzionale, sentenza 14 maggio 1999, n . 170, in Dir. Famiglia , 1999, 1032.

8 Cass. 23 dicembre 1977, n. 5727, in Foro Italiano, 1978, I, 893.


Avv. Rosalia Conforti
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