"Caso Welby": Qualche Riflessione sul Piano Giuridico e Deontologico
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Articolo del 07/06/2007 Autore Dott.ssa Maria Anna Filosa Altri articoli dell'autore


La difficoltà di proporre una soluzione giuridica certa e condivisa, anche ai sensi e per gli effetti della legge penale, in ordine a situazioni come quelle emblematizzate dal c.d. caso Welby, deriva essenzialmente dalla mancanza di una specifica disciplina normativa sui confini di rilevanza della volontà del malato nel rapporto di cura con il suo medico,e, più precisamente,sulla vincolatività o meno, per il sanitario,del rifiuto dell'avvio o della prosecuzione di terapie c.d. salvavita,eventualmente espresso dal malato medesimo.

Accade così che nella materia vengano chiamati in causa,per un tentativo di risposta “secundum legem”alle problematiche che si pongono,principi fondamentali dell'ordinamento,quali la indisponibilità del bene della vita da un lato e la libertà di autodeterminazione del paziente dall'altro:principi,rispettivamente affidati a norme nel tempo sovrappotesi senza,però,che le relative implicazioni applicative- tra loro non convergenti ed anzi potenzialmente discordanti- siano state in qualche modo oggetto di riflessione e valutazione da parte del legislatore ai fini di una loro armonizzazione.

Vengono, in effetti, in rilievo, per un verso ed anzitutto, le disposizioni penali che tutelano in termini inflessibili il bene della vita, rendendolo indisponibile anche per il soggetto che ne è portatore,come è univocamente dimostrato dalla punizione dell'omicidio del consenziente(ex art. 579) e delle stesse istigazione o agevolazione dell'altrui suicidio(art.580 c.p.). Ma in senso omologo va segnalato anche il noto precetto dell'art. 5 c.c.che individua un evidente limite all'autonomia del volere della persona attraverso la statuizione del divieto di atti di disposizione del proprio corpo capaci di produrre una diminuzione permanente dell'integrità fisica. L'univoca protezione, apparentemente incondizionata, della libertà di autodeterminazione del paziente ed il “primato”della sua volontà nella relazione terapeutica,sono,per parte loro,stabiliti in diverse disposizioni normative,a partire dall'art. 32 cpv. della Costituzione sino-tra l'altro-alla legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale (del 1978) ed alla stessa Convenzione di Oviedo(del 1997),ratificata con la l. n. 145 del 2001: la prescrizione che, per il sanitario, ne scaturisce, è nel senso dell'indefettibile rispetto della volontà manifestata dal suo assistito.

La questione giuridica insorge allorché i due valori appena rapidamente delineati,entrambi primariamente garantiti dall'ordinamento,entrino tra loro in frizione,il che si verifica ogni volta in cui il paziente rifiuti cure idonee a garantire la salvaguardia e la prosecuzione della sua vita,che il medico ritiene di dover somministrare;ed il quesito cui fornire risposta è se il sanitario,per essere in regola con la stessa legge penale,debba rispettare,ad essa adeguandosi,anche la volontà consapevole del malato che esprima dissenso rispetto all'effettuazione di siffatte cure. L'orientamento dottrinale nettamente più diffuso, a livello penalistico e medico-legale,sia nel senso della doverosità del rispetto,assoluto ed incondizionato,della volontà autonomamente manifestata dalla persona assistita,indipendentemente dalle conseguenze che possano scaturirne per la sua salute o per la sua stessa vita. Sicché,secondo tale interpretazione,il sanitario non rischia conseguenze penali ove il paziente dissenziente,non curato o non più curato,venga a morte,dovendone,anzi,e per converso,egli affrontare ogni volta in cui intervenga,o protragga l'intervento,nonostante il rifiuto espresso dal malato,e ciò per la violazione della “libertà del volere”di questi.

Alla stregua di tale posizione, di marca chiaramente “volontaristica”, non sembra debba sollevare reali problematiche valutative un caso simile a quello oggi(ancora) oggetto di generale attenzione. Allo stesso modo in cui il medico deve rispettare la volontà del testimone di Geova e non sottoporlo alla trasfusione di sangue rifiutata il medesimo dovrebbe essere obbligato ad interrompere la prestazione curativa in atto ed a cessare la pratica della respirazione assistita a mezzo di ventilatore artificiale,allorché il paziente la rifiuti,revocando,in condizioni di lucidità mentale,il consenso pur precedentemente prestato.

A chi abbia seguito con qualche attenzione il dibattito che ha accompagnato il “caso Welby”, non è però sfuggito come conclusioni così nette quali quelle appena poste non sembra siano state mai formulate, preferendosi prudentemente attestarsi sul “distinguo” tra natura “omissiva”del contegno del medico e natura viceversa “commissiva”dell'atto del distacco del respiratore,per trarne riserve sulla liceità penale di tale secondo gesto. Ma soprattutto non può sfuggire che il giudice dello Stato,chiamato ad intervenire nella vicenda (che investa “funditus”e direttamente il profilo della rilevanza della volontà negativa del malato rispetto ad atti medici necessari “quoad vitam”),pur riconoscendo la valenza di indiscusso principio dell'ordinamento della libertà di autodeterminazione del paziente,abbia concluso per l'infondatezza,allo stato della disciplina normativa dell'istanza avanzata,attraverso la quale si sollecitava l'adozione “dell'ordine di immediato distacco,da parte del medico curante,del ventilatore artificiale che assicura la respirazione assistita del Signor Welby”.

La lettura del (sofferto) provvedimento del Tribunale di Roma in data 15 Dicembre 2006 rende in realtà chiaro come lo snodo fondamentale della decisione sia rappresentata dal rilievo della persistente ed innegabile compresenza all'interno del nostro sistema giuridico,accanto alla regola dell'autonomia e della libertà del volere del paziente,del principio dell'indisponibilità del bene della vita,capace di disporsi quale limite insuperabile rispetto all'esercizio ed all'attuazione di quella libertà. E' sulla base di tali premesse che nell'ordinanza si perviene alla conclusione secondo cui nel nostro ordinamento,sino ad eventuale mutamento normativo(che viene dal giudice auspicato),la tutela indefettibile assicurata al bene della vita e garantita dall'opera del medico,non consenta di ritenere effettivamente e lecitamente praticabili comportamenti sanitari che,pur al fine di assecondare la volontà del paziente,comportino la rinuncia a prestazioni curative cui consegua il sacrificio della vita del paziente stesso. Appare del tutto evidente che la decisione in esame non si adegua alle posizioni nettamente maggioritarie, e di cui si è più sopra dato conto, secondo le quali soprattutto la sopravvenienza della regola costituzionale in tema di ordinaria volontarietà del trattamento medico-chirurgico8art. 32 cpv. Cost; oltre che della stessa Convenzione di Oviedo),dovrebbe postulare una lettura(appunto) costituzionalmente orientata dei più sopra ricordati precetti penali(artt. 579 e 580 c.p.), sì da escluderne l'applicazione rispetto alle situazioni in cui il pregiudizio del bene della vita fosse l'effetto di una condotta medica rispettosa della consapevole e volontaria determinazione del paziente di rifiutare le cure idonee a salvarlo. Il giudice romano mostra di avvertire, viceversa, che l'ordinamento giuridico in vigore sia ancora permeato del valore della indisponibilità della vita,il quale non consente che prevalga sino a diverso consiglio del legislatore,il diritto del paziente di rifiutare le cure necessarie “quoad vitam”,nel senso che siffatto rifiuto non vincoli l'atteggiamento e le scelte del medico.

Il nuovo codice di deontologia medica (approvato il 16 Dicembre 2006), collocandosi nella scia delle previsioni del precedente8del 1998)ed all'interno di una regolamentazione compiuta ed organica della materia del consenso del paziente al trattamento medico,prende espressamente in considerazione la situazione in cui il malato consapevolmente rifiuti la prosecuzione delle cure in atto,stabilendo in modo assolutamente netto che il sanitario debba sempre assecondare una tale indicazione. L'art 35 del nuovo codice,nel penultimo comma,in effetti chiaramente sancisce che “in ogni caso,in presenza di documentato rifiuto di persona capace,non essendo consentito alcun trattamento medico contro la volontà della persona”. La proposizione è troppo univoca per poter essere equivocata,sicché,se corrisponde ad un preciso precetto deontologico l'astenersi dall'avvio o dalla prosecuzione di trattamenti sanitari in presenza di contraria volontà del malato,non dovrebbe risultare neppure passibile di alcun rimprovero deontologico il medico che,attuando la volontà del paziente, interrompa l'attività di ventilazione artificiale in corso, pur sortendone,come effetto,la morte dell'assistito.

D'altra parte la disciplina deontologica attribuisce al sanitario la prerogativa dell'autonomia e della libertà professionale nello svolgimento della sua attività: le quali rimangono suo appannaggio “inalienabile”,consentendogli di sottrarsi ad atteggiamenti e prestazioni mediche contrastanti,oltre che con il suo convincimento clinico,con la sua stessa coscienza. Ne scaturisce che, in forza di tale riserva di libertà diagnostico- terapeutica,il medico potrebbe decidere di esimersi dall'accogliere la sollecitazione proveniente dal paziente e,in situazioni come quella in esame,non procedere all'invocata interruzione della ventilazione artificiale in atto,e ciò in modo egualmente non censurabile sul piano del rispetto della propria regola deontologica.


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