Elezione a sindaco per il terzo mandato consecutivo – profili di ineleggibilità
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Articolo del 29/05/2007 Autore Dott. Carmelo Giannattasio Altri articoli dell'autore


La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n, 11895 del 20 maggio 2006, ha definitivamente eliminato ogni dubbio interpretativo in relazione alla rielezione a sindaco per il terzo mandato consecutivo.

L'analisi di questo paradosso legislativo, nella ricostruzione giuridica e giurisdizionale, deve muovere necessariamente dall'esame della vicenda verificatasi nel Comune di Salerano Canavese (Torino), risoltasi le pronunce del T.A.R. Piemonte nn. 296/2005 e 3278/2005.

La risoluzione della vicenda, secondo il giudice amministrativo piemontese, parte dall'art. 41 del D.Lgs. 267/2000, del quale se ne dovrebbe dare un'interpretazione esclusivamente letterale.

Ed infatti, detta disposizione connette la dichiarazione di ineleggibilità degli eletti ai soli casi di cui al Capo II, titolo III, del medesimo testo unico, nel quale non rientra l'art. 51, comma 2, che impone il divieto del terzo mandato consecutivo, per cui il consiglio comunale non può dichiarare l'ineleggibilità del sindaco e deve convalidarne l'elezione.

L'unico strumento per rimediare alla violazione del divieto consisterebbe nell'attivazione dell'azione popolare, di cui all'art. 70, commi 1 e 2, del testo unico.

In tale contesto, il consiglio comunale che non dichiari ineleggibile il sindaco rieletto per la terza volta consecutiva, non commette violazione di legge, laddove rimetta la questione al Prefetto, per demandargli l'iniziativa dell'azione popolare.

Orbene, questa lettura appare davvero restrittiva, ed infatti, la pronuncia della Cassazione (n. 11895) l'ha privata di ogni fondamento.

La Corte ha inteso che l'art. 51, comma 2, del testo unico, prevede non già un nuovo caso d'ineleggibilità, ma la mera conseguenza derivante dall'ipotesi d'ineleggibilità già prevista; la condizione, infatti, dell'aver condotto due mandati consecutivi da sindaco, rappresenta di per sé ipotesi tipica d'ineleggibilità originaria alla carica, preclusiva non già di candidabilità bensì di ineleggibilità.

Lo stesso articolo di legge, dato il suo contenuto precettivo, pone un divieto di elezione che contiene, già di per se stesso, la sanzione in caso di sua violazione.

L'ineleggibilità originaria prevista ex art. 51, può essere rilevata dal consiglio comunale applicando la decadenza ovvero non convalidando l'elezione.

In assenza di detta iniziativa, il Prefetto, esercitando il suo potere, che gli deriva dall'art. 70 del testo unico, può chiedere che la decadenza venga dichiarata in sede giurisdizionale.

L'art. 51, comma 2, prevede testualmente che " chi ha ricoperto per due mandati successivi la carica di Sindaco e di Presidente della Provincia non è, allo scadere del secondo mandato, immediatamente rieleggibile alle medesime cariche ".

Secondo il contenuto precettivo di tale disposizione, emergente dal suo chiaro ed univoco tenore letterale, la condizione di fatto ivi indicata rappresenta causa tipizzate d'ineleggibilità originaria alla carica di sindaco, preclusiva non già della candidabilità, bensì della eleggibilità del soggetto che versi in essa, siccome reputata ostativa all'espletamento del terzo mandato consecutivo.

La disposizione contenuta nella norma citata(art. 51), dato il suo contenuto recettivo, pone infatti un divieto di elezione al terzo incarico consecutivo che contiene in sè la sanzione in caso di sua violazione, che non può che essere rappresentata, ove l'elezione venga nondimeno convalidata, dalla declaratoria di decadenza.

In conclusione, esiste una causa d'ineleggibilità originaria alla carica di sindaco, legalmente prevista e parimenti legalmente sanzionata, che il Consiglio Comunale può e deve rilevare, applicando la decadenza ovvero non convalidando l'elezione, in quanto rappresenta l'organo legalmente preposto alla verifica sull'assenza di cause ostative all'eleggibilità.

In assenza di tale iniziativa, come già detto, il Prefetto, esercitando la legittimazione che la legge gli ha espressamente attribuito, può chiedere che il controllo venga espletato ed il conseguente rimedio venga applicato in sede giurisdizionale.

In tale contesto, non può desumersi alcuna violazione di principi Costituzionali, infatti, la norma in esame non interferisce, nè col principio di cui all' art. 1, che sancisce al comma 2 che "la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione", nè con gli artt. 2 , 48 e 51 , secondo i quali “ la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo", ed ancora "il diritto di voto non può essere limitato se non per legge".

Tanto meno rilevano il principio di buona ed imparziale amministrazione enunciato nell' art. 97 , cha è riferito all'azione dalla pubblica amministrazione, ovvero il principio di uguaglianza di cui all' art.3.

In breve, le considerazioni poste dal giudice amministrativo piemontese, attraverso una ricostruzione restrittiva della lettura della norma sono state superate in modo esauriente e puntuale dai giudici delle Suprema Corte.

Da ultimo, in un caso analogo, posto all'attenzione del T.A.R. Sardegna, pronunciatosi con sentenza n. 98 del 8 febbraio 2007, ha accolto quanto già la Corte di Cassazione aveva dichiarato, andando, però, oltre, configurando in capo al Consiglio Comunale non la mera possibilità di pronunciare la decadenza del sindaco o di non convalidarne l'elezione, bensì il vero e proprio obbligo a provvedere in tal senso.

L'inadempimento a tale obbligo può portare allo scioglimento del consiglio stesso per grave e persistente violazione di legge, ai sensi dell'art. 141 del D.Lgs. 267/2000.

Il giudice sardo rileva la pacificità all'interno del testo unico della presenza della norma che sancisce l'ineleggibilità del sindaco per il terzo mandato, riaffermando il principio della Cassazione per cui, detta norma contiene in sé la sanzione.

Nel caso, posto all'attenzione del T.A.R. Sardegna, il consiglio comunale, consapevolmente ha ignorato la violazione di legge, trincerandosi dietro argomentazioni prive di fondamento, e soprattutto ampiamente superate da pronunce giurisprudenziali, da ultima quella della Cassazione n.11895/2006, convalidando l'elezione del sindaco.

Il T.A.R. ha osservato che la delibera di convalida rappresenta una chiara manifestazione di persistere nella violazione di legge, che sarebbe continuata fino all'attivazione dell'azione popolare, volta al ripristino della legalità.

Vieppiù, lo stesso T.A.R. ha legittimamente esercitato il potere di sciogliere il consiglio comunale, in applicazione della sua specifica autonomia derivante dallo statuto della regione, ma che ben può, parimenti, essere esercitato, nelle regioni a stato ordinario, dai prefetti.

Pertanto, il principio posto dalla Cassazione di incadidabilità, rappresenta il mezzo più idoneo volto ad evitare un'inutile ed illegittima elezione, determinando, al contempo, un'esclusione dell'azione popolare.

Il cerchio però non si è definitivamente chiuso, resta ancora aperta una lacuna dell'ordinamento, che di certo, ha posto dei limiti alla rielezione del sindaco per il terzo mandato consecutivo, ma più volte si sarebbe potuta cogliere l'occasione per chiudere il cerchio attraverso una declaratoria di costituzionalità che avrebbe definitivamente sgomberato il campo da ogni possibile interpretazione od obiezione di merito.


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