Delitti dei privati contro la pubblica amministrazione: il reato di resistenza a un pubblico ufficiale ex art. 337 c.p.
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Articolo del 16/05/2007 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Ai sensi dell'articolo 337 del codice penale (Resistenza a un pubblico ufficiale): “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio, o a coloro che, richiesti, gli prestano assistenza, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”.

Il legislatore ha inserito questa autonoma fattispecie incriminatrice all'interno del codice penale per tutelare la libertà di azione dei pubblici poteri nella fase di esecuzione delle decisioni già adottate. A questo bene-interesse si accompagna quello di garantire la sicurezza e la libertà di azione dei pubblici funzionari contro le altrui azioni violente.

Chiunque può essere il soggetto attivo del delitto di resistenza ed ecco perché ci troviamo in presenza di un reato comune. È importante specificare che la resistenza diviene rilevante solo quando la condotta del privato si estrinseca in una qualsiasi azione intimidatoria o aggressiva, idonea a condizionare l'esatta volontà del pubblico ufficiale, intralciandone o precludendone l'opera. Il soggetto passivo del reato deve essere, necessariamente, un pubblico ufficiale oppure un incaricato di pubblico servizio. A questi si possono aggiungere, come soggetti passivi, tutti coloro i quali, eventualmente, prestino assistenza al pubblico ufficiale o i.p.s.

Il dolo 1 specifico 2 è l'elemento psicologico richiesto per la fattispecie incriminatrice in oggetto. È richiesto il dolo specifico poiché il soggetto attivo del reato si prefigge lo scopo di impedire che l'agente pubblico esegua l'atto del proprio ufficio o servizio. Infatti, nel reato di resistenza a pubblico ufficiale l'elemento psicologico consiste nella coscienza e volontà di precludere al pubblico ufficiale con una condotta minacciosa e violenta l'atto d'ufficio ritenuto pregiudizievole per i propri interessi. In sostanza, in tale fattispecie delittuosa il dolo specifico si concreta nel fine di ostacolare l'attività pertinente al pubblico ufficio o servizio in atto, di talché il comportamento che non risulti tenuto a tale scopo, per quanto eventualmente illecito ad altro titolo, non integra il delitto in questione. Si tratta di un reato istantaneo che si consuma nel momento in cui viene realizzata la minaccia o la violenza.

Per integrare tale reato è, altresì, necessaria una condotta materiale attiva che sia idonea ad impedire, intralciare ed a compromettere, anche solo parzialmente e temporaneamente, la regolarità del compimento dell'atto d'ufficio o di servizio da parte del pubblico ufficiale o i.p.s. Tutto ciò a prescindere dal fatto che l'atto di ufficio possa comunque essere eseguito dall'aggredito.

La minaccia, di cui parla l'articolo 337 c.p., può essere costituita da qualsiasi mezzo idoneo ad opporsi all'atto di ufficio (o di servizio) che si sta compiendo ed è integrata anche nel caso che si manifesti in modo indiretto (cioè all'indirizzo di soggetto diverso dal P.U. o i.p.s.) purché la pubblica funzione ne risulti impedita o soltanto ostacolata. In sostanza, ciò che conta è che la minaccia e la resistenza siano idonee a turbare l'esercizio della funzione pubblica.

Ovviamente, anche la semplice minaccia con un arma qualsiasi, dispiegata nei confronti di un appartenente alle Forze dell'Ordine, configura di per sé il reato di resistenza.

Gli aspetti procedurali inerenti a questa fattispecie incriminatrice sono relativamente complessi. Nel reato di resistenza a pubblico ufficiale ex art. 337 c.p. l'arresto è facoltativo in flagranza, ex art. 381 c.p.p., mentre il fermo dell'indiziato di un delitto non è consentito. La competenza è del Tribunale monocratico in base all'art. 33 ter c.p.p. e si tratta di un reato procedibile d'ufficio ex art. 50 c.p.p.; inoltre, le misure cautelari sia coercitive 3, ex articolo 280 c.p.p,. che interdittive 4 in base all'articolo 287 c.p.p. sono consentite.

L'articolo 339, comma 2, codice penale prevede, per il delitto in esame, talune circostanze aggravanti che si applicano quando la violenza o la minaccia sono commesse:

● da più di cinque persone riunite e mediante uso di armi, anche solo da parte di una di esse;

● da più di dieci persone riunite, in tal caso anche senza uso di armi 5.

In presenza di una delle sopraccitate circostanze aggravanti la competenza per il reato de quo si trasferisce al Tribunale collegiale in base all'articolo 33bis codice di procedura penale ed il fermo di polizia, ex art. 384 c.p.p., è consentito.

Invece, l'articolo 4 del decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944, n. 288 dispone che non si applicano le disposizioni di cui all'articolo 337 e all'articolo 339, comma 2, codice penale quando il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio ovvero il pubblico impiegato abbia dato causa al reato preveduto nell'articolo 337 c.p. eccedendo con atti arbitrari i limiti delle proprie attribuzioni.

Sotto il profilo della qualifica soggettiva è indispensabile specificare, ulteriormente, che l'autore dell'eccesso contro il quale si reagisce deve essere identificato in relazione alle figure delineate negli articoli 357 e 358 c.p., così come modificati dalla legge 26 aprile 1990, n. 86.

L'istituto giuridico sopraccitato, già previsto nel codice Zanardelli del 1889, non era stato reinserito nel codice penale Rocco con l'evidente intento, superiore e più importante per il legislatore fascista, di tutelare in ogni caso l'autorità pubblica. Successivamente, dopo la caduta del regime fascista avvenuta il 25 luglio del 1943 e con il ripristino della legalità democratica, l'istituto della reazione legittima ad atti arbitrari di un pubblico ufficiale fu reinserito nuovamente con la precisa finalità di garantire la libertà dei privati contro gli eccessi 6 dei pubblici funzionari, impiegati etc… Il legislatore, pertanto, ha imposto, con il decreto legislativo luogotenenziale 14 settembre 1944 n. 288, di considerare come iniqua la punizione di tutte quelle condotte che costituiscono una naturale reazione psicologica a nefandezze, scorrettezze poste in essere da tutti coloro i quali che, invece, dovrebbero tutelare la legalità più di ogni altra persona.

L'esimente della reazione ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, di cui all'art. 4, D.Lgs. 14 settembre 1944, n. 288, risulta integrata ogni qual volta la condotta dello stesso pubblico ufficiale, per lo sviamento dell'esercizio di autorità rispetto allo scopo per cui la stessa è conferita o per le modalità di attuazione, risulta oggettivamente illegittima. Inoltre, a mio parere, non è necessario che l'agente si rappresenti l'illiceità del proprio fare o che agisca con la volontà di commettere un arbitrio in danno del privato. Tuttavia, per integrare questa fattispecie delittuosa non è sufficiente che il pubblico ufficiale ecceda dai limiti delle proprie attribuzioni, ma è necessario, altresì, che tenga una condotta improntata a vessazione, sopruso, prevaricazione e prepotenza nei diretti riguardi del privato destinatario.

In ultima sintesi, la scriminante prevista dall'articolo 4 del D.Lgs.Lgt. 14 settembre 1944 n. 288 ricorre quando il fatto delittuoso sia causato da un comportamento arbitrario del soggetto tutelato che ecceda i limiti e le finalità del potere attribuitogli nel pubblico interesse.

In riferimento ai rapporti con gli altri reati, è ammissibile il concorso tra i reati di rapina impropria e resistenza a pubblico ufficiale. Inoltre, può sussistere l'ipotesi di concorso formale, ex art. 81 comma 1 c.p., fra il reato di resistenza a pubblico ufficiale e quello di tentato omicidio.

In tema di concorso con altri reati si può aggiungere che anche il reato di evasione aggravata e quello di resistenza a pubblico ufficiale possono risultare compatibili tra di loro, nonostante siano diversi i beni giuridici tutelati dalle norme che li prevedono. Ritengo, a mio modesto parere, che possa essere ipotizzabile un concorso materiale tra questi due delitti, giacché la violenza o minaccia indirizzata verso il pubblico ufficiale è caratterizzata dalla qualità del soggetto passivo contro cui è rivolta l'azione violenta o intimidatrice e dalla finalità di tutela della pubblica amministrazione cui è rivolto l'articolo 337 c.p. Al contrario, invece, il reato di evasione, anche nell'ipotesi del tentativo, non può assorbire come aggravante quello di resistenza a pubblico ufficiale, che tutela un differente bene giuridico.

In rapporto al reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale 7 bisogna fare sempre la seguente considerazione preliminare. Infatti, se la violenza o minaccia precede il compimento dell'atto del pubblico ufficiale si versa nell'ipotesi delittuosa di cui all'articolo 336 (violenza o minaccia a pubblico ufficiale); se è, invece, usata durante il compimento dell'atto di ufficio, per impedirlo, si ha la resistenza ai sensi dell'articolo 337 codice penale.

Infine, in riguardo al delitto di resistenza a pubblico ufficiale si può affermare che questo assorbe soltanto quel minimo di violenza che si concreta nelle percosse e non già quegli atti che, esorbitando da tali limiti, siano causa di lesioni personali. Proprio in questa ultima ipotesi l'ulteriore delitto di lesione, stante il suo carattere autonomo, è in grado di concorrere con quello di resistenza. Ne consegue che risponde di entrambi i reati (lesioni personali e resistenza a p.u.) colui il quale percuota con pugni e calci le Forze dell'Ordine e gli getti ammoniaca sui loro volti, per opporsi al fatto che essi e un loro collega esercitino le loro funzioni e procedano al suo arresto.

Avv. Alessandro Amaolo
www.avvocatoamaolo.com


Note:

1 Per dolo deve sempre intendersi la coincidenza tra il voluto ed il realizzato da parte del o dei soggetti attivi del reato.

2 Nei reati a dolo specifico l'oggetto del dolo è più ampio: abbraccia sia il fatto concreto corrispondente a quello descritto dalla norma incriminatrice, sia l'evento, che l'agente deve perseguire come scopo e la cui realizzazione è irrilevante per la consumazione del reato.

3 Le misure coercitive sono quelle che incidono sulla libertà di movimento della persona, limitandola in varia misura (divieto di espatrio, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, allontanamento dalla casa familiare, arresti domiciliari, divieto e obbligo di dimora, custodia cautelare in carcere o in un luogo di cura).

4 Le misure interdittive (sospensione dall'esercizio della potestà dei genitori, sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio, divieto temporaneo di esercitare determinate attività professionali o imprenditoriali) comportano il divieto temporaneo di esercitare determinate facoltà e, quindi, pur non incidendo sulla libertà personale, limitano, però, un diritto costituzionalmente garantito. Si tratta del diritto al libero sviluppo della personalità dell'individuo in tutti i suoi rapporti familiari, sociali e professionali.

5 Ai fini della sussistenza della circostanza aggravante della violenza o minaccia commessa da più di dieci persone, di cui all'art. 339, secondo comma, c.p., non rileva che alcune di esse siano rimaste non identificate (Cassazione penale, Sezione IV, 15 giugno 1989/11 novembre 1989, n. 15546).

6 In tal senso si veda la sentenza della Cassazione penale, sez. VI,21 giugno-27 ottobre 2006,n. 36009 (L'atteggiamento sconveniente e prepotente non può essere consentito al pubblico ufficiale e in esso deve essere individuato il consapevole travalicamento dei limiti e delle modalità entro cui le funzioni pubbliche devono essere esercitate, con l'effetto che la reazione immediata del privato a tale atteggiamento rende inapplicabile la norma incriminatrice di cui all'articolo 337 Cp e ciò ai sensi dell'articolo 4 del D.Lgs 288/44).

7 La distinzione tra il delitto di violenza o minaccia a pubblico ufficiale (art. 336 c.p.) e quello di resistenza (art. 337 c.p.) risiede nel finalismo dell'azione violenta o minacciosa, che nel primo caso mira a coartare la volontà del pubblico ufficiale affinché compia un'azione od una omissione contrarie ai doveri del suo ufficio, mentre nel secondo caso, ferma restando la libertà di determinazione del soggetto passivo è diretta ad impedire il compimento dell'atto doveroso (Cassazione penale, sezione VI, 18 dicembre 2003, n. 48541).


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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