Corruzione per atto d'ufficio ex articolo 318 c.p. - delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione
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Articolo del 03/05/2007 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Le fattispecie incriminatici relative ai delitti di corruzione sono state inserite dal legislatore in diversi articoli del codice penale e precisamente dall'articolo 318 all'articolo 322.

La fattispecie penale incriminatrice oggetto della presente trattazione ovvero l'articolo 318 – corruzione per un atto d'ufficio – punisce, al 1° comma, il pubblico ufficiale, che, per compiere un atto del suo ufficio, riceve, per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, una retribuzione che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa.

Al secondo comma viene, altresì, punito il pubblico ufficiale che riceve la retribuzione per un'atto d'ufficio da lui già compiuto. La corruzione per un atto d'ufficio è un reato a struttura bilaterale che si consuma con il raggiunto accordo di due soggetti per l'atto ancora da compiere (corruzione antecedente impropria: art. 318, co 1°), oppure per l'atto già compiuto 1 (corruzione susseguente impropria: art. 318, co 2°). In senso lato, la corruzione si basa su di un accordo (c.d. pactum sceleris) tra un pubblico funzionario (c.d. corrotto) ed un soggetto privato o anche un altro pubblico ufficiale 2 (c.d. corruttore), in ragione del quale il primo accetta dal secondo un indebito compenso, una retribuzione in denaro non dovuta da specifiche disposizioni di legge come corrispettivo di un atto d'ufficio inerente all'esercizio delle sue attribuzioni. Inoltre, l'atto d'ufficio oggetto di accordo fra il corrotto (soggetto passivo del reato) ed il corruttore (soggetto attivo del reato) deve essere sempre ben determinato nel suo oggetto e nella sua portata, e quindi non generico.

È atto d'ufficio (sempre per le corruzioni in genere) non soltanto l'atto legittimo, ma anche l'atto annullabile, che comunque produce effetti oppure l'atto discrezionale che siano in rapporto di causalità con la retribuzione non dovuta. Di conseguenza, occorre pur sempre che si tratti di un atto che costituisca un concreto esercizio di poteri inerenti all'ufficio e quindi anche di un qualsiasi comportamento materiale che sia in rapporto di causalità con la retribuzione non dovuta.

Il concetto di retribuzione non dovuta, che si ricava dalla lettura dell'articolo 318, impone un rapporto sinallagmatico e quindi di scambio reciproco tra le parti, che agiscono su un piano di assoluta parità. Tutto ciò sta a significare che il pubblico ufficiale non approfitta della propria qualità per costringere o indurre il privato a compiere alcunché. Pertanto, sulla base dei queste considerazioni si deve ritenere che la condotta illecita è una decisione del tutto autonoma e libera del privato stesso. L'offensività del reato di corruzione è rappresentata dalla condotta antidoverosa del pubblico ufficiale, volta a commettere il mercimonio del proprio ufficio e pertanto a ledere i principi e le finalità che ispirano la sua base ordinamentale.

Per integrare il reato di corruzione non occorre sempre un'esplicita pattuizione, ma l'accordo tra i due soggetti può anche essere desumibile dai fatti accertati. Il patto corruttivo, inoltre, può essere stretto anche mediante l'attività di terzi intermediari che, concorrendo nel reato, realizzano il collegamento e portano così a compimento il perfezionamento del pactum sceleris, a condizione che risulti dai fatti e nei patti che pure il pubblico ufficiale sia consenziente al patto corruttivo. Tuttavia, a mio modesto parere, il delitto di corruzione non sussiste qualora l'azione corruttrice, ignota allo stesso pubblico ufficiale o all'incaricato di un pubblico servizio, si arresti ad un semplice intermediario.

Gli interessi tutelati dal reato di corruzione per un atto di ufficio (corruzione impropria) sono costituiti dall'imparzialità, dalla correttezza e dal buon funzionamento della pubblica amministrazione. Si tratta di interessi di rango e rilievo costituzionale poiché sono stati inseriti anche nell'articolo 97 della Carta Costituzionale. A questi beni-interessi si aggiungono necessariamente anche altri interessi che risultano di matrice comune ad altri reati contro la Pubblica Amministrazione. Tali beni-interessi sono rappresentati dal prestigio e dal decoro degli uffici pubblici e soprattutto dalla fedeltà, dalla segretezza, dall'obbedienza, onestà e rettitudine dei dipendenti pubblici nei confronti dell'Amministrazione pubblica in generale. In sostanza, con il reato de quo il legislatore ha imposto che gli atti dei soggetti pubblici non possono essere oggetto di compravendita da parte dei privati oppure oggetto di scambio tra il privato e la pubblica amministrazione. Pertanto, gli atti dei soggetti pubblici debbono essere realizzati e compiuti in una posizione di sostanziale e totale estraneità rispetto agli interessi privati ovvero al di fuori di influenze diverse da quelle dettate dagli interessi generali dello Stato, cioè dell'intera collettività.

Il reato in oggetto è un reato “proprio”, poiché può essere realizzato solo dal pubblico ufficiale o dall'incaricato di pubblico servizio. Nello specifico il reato di cui all'articolo 318 c.p. è anche un delitto plurisoggettivo poiché richiede la partecipazione di più persone e di danno, poiché è necessaria la verificazione dell'evento dannoso. Nella corruzione per un atto d'ufficio la condotta è a forma libera (non è tipizzata dalla legge) e si perfeziona con l'esecuzione dell'azione antigiuridica. Con riguardo ancora alla nozione di “atto d'ufficio” non è necessario che si tratti di un formale atto amministrativo, legislativo o giudiziario. Infatti, occorre solamente che riguardi un comportamento, sia pure materiale, relativo all'ufficio o servizio del funzionario, dirigente o impiegato. Quindi, è sufficiente che l'agente si trovi per ragioni del suo ufficio nella possibilità di compiere l'atto criminoso per il quale ha accettato la retribuzione, l'utilità o la promessa non dovute.

Il delitto di corruzione per un atto d'ufficio è configurato quale reato di evento caratterizzato dalla particolarità di perfezionarsi alternativamente o con l'accettazione della promessa o col ricevimento dell'utilità promessa. Nel concetto di utilità va ricompresso qualsiasi vantaggio materiale morale, di natura patrimoniale o non, che abbia valore per il pubblico ufficiale (o per l'incaricato di pubblico servizio).

È possibile scindere l'articolo 318 c.p. in due autonome fattispecie di reato. La prima è quella della corruzione impropria antecedente che si verifica quando la retribuzione è concordata in vista del compimento dell'atto e prima che sia emesso. La seconda, invece, è quella della corruzione impropria susseguente che si realizza allorquando il corrispettivo viene concesso per un atto già compiuto.

Sotto il profilo psicologico il reato richiede il dolo specifico per la fattispecie della corruzione impropria antecedente mentre, invece, richiede il dolo generico per la fattispecie della corruzione impropria susseguente. Il dolo dell'ultima tipologia di corruzione è generico poiché consiste nella volontà del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio di ricevere per sé o per un terzo, in denaro o altra utilità, un'indebita retribuzione. Nella corruzione impropria antecedente, ex articolo 318 comma 1°, il dolo è specifico perché c'è una finalizzazione necessaria del comportamento del pubblico ufficiale rappresentata dal fatto di ricevere il denaro o altra utilità per compiere un atto del suo ufficio.

Il tentativo nel delitto di corruzione per un atto d'ufficio, a mio modesto parere, non è più configurabile a seguito della nuova formulazione dell'articolo 322 c.p. (istigazione alla corruzione).

Il momento consumativo 3 per la corruzione impropria antecedente si ha qualora alla promessa da parte del soggetto segua la dazione ad opera di altro soggetto di quanto convenuto ovvero nel momento della consegna del denaro o di altra utilità economica. Invece, per la corruzione impropria susseguente il momento consumativo del reato si verifica necessariamente nel momento in cui il pubblico funzionario riceve la retribuzione per l'atto già compiuto. Il concetto di retribuzione richiama, pertanto, un rapporto di corrispondenza, di sinallagmaticità fra la prestazione del privato e la controprestazione del dirigente, funzionario etc.. La retribuzione deve riguardare un atto d'ufficio e non deve, ovviamente, essere in alcun modo dovuta nell'an o nel quantum.

Il delitto de quo viene punito con la reclusione da sei mesi a tre anni nel caso di corruzione impropria antecedente mentre, invece, fino ad un anno nel caso di corruzione impropria susseguente.

Gli aspetti procedurali del reato in oggetto non sono complessi; infatti, le misure precautelari dell'arresto e del fermo non sono consentiti mentre viene consentita la sospensione dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio ai sensi dell'articolo 289 c.p.p. L'autorità giudiziaria competente per questo delitto è il Tribunale Collegiale ex art. 33-bis c.p.p. e si tratta di un reato procedibile d'ufficio ex art. 50 c.p.p.

A questo punto della trattazione è opportuno analizzare il rapporto tra questa autonoma fattispecie di reato ed il regime delle circostanze. Alla corruzione impropria (ed alla propria, ma non alla corruzione in atti giudiziari) si possono applicare la circostanza attenuante speciale del fatto di particolare tenuità introdotta dalla riforma del 1990 con l'articolo 323-bis e la circostanza aggravante di cui all'articolo 319-bis.

Avv. Alessandro Amaolo
www.avvocatoamaolo.com


Note:

1 Il comma 2° dell'articolo 318 c.p. regola una fattispecie di corruzione impropria ma susseguente in quanto riguarda l'ipotesi in base a cui la corruzione è inerente ad un atto che il pubblico ufficiale ha già posto in essere, compiuto.

2 Il corruttore può essere anche un altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, a condizione che egli non appartenga allo stesso ufficio del soggetto che deve compiere o ha compiuto l'atto. In sostanza, affinché sia integrata in tutti i suoi elementi la fattispecie de quo si deve sempre trattare di un extraneus rispetto alla funzione mercanteggiata.

3 Ai fini della configurabilità tanto della corruzione impropria, prevista dall'articolo 318, comma primo, c.p., quanto di quella propria, prevista dall'articolo 319, comma primo, stesso codice, è sufficiente che vi sia stata ricezione della indebita retribuzione o accettazione della relativa promessa, restando quindi indifferente che ad essa abbia fatto poi seguito o meno l'effettivo compimento dell'atto conforme o contrario ai doveri d'ufficio, in vista del quale la retribuzione è stata elargita o la promessa formulata. (Cassazione Penale, Sezione I, 4 febbraio 2004, n. 4177 – Udienza 27 ottobre 2003).


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

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