Internet ed e-mail sul posto di lavoro - privacy - riservatezza del dipendente - controllo del datore di lavoro
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Articolo del 26/04/2007 Autore Avv. Stefania Cerasoli Altri articoli dell'autore


“ C'è posta per te…ma la leggo io! ”.

Tutte le maggiori testate giornalistiche hanno riportato con grande clamore la notizia relativa al provvedimento del 01.03.07 con il quale il Garante per la protezione dei dati personali ha fornito concrete indicazioni in ordine all'utilizzo del computer nei luoghi di lavoro, il tutto con particolar attenzione all'uso di internet e della posta elettronica da parte del dipendente.

Lo spazio che i mezzi di informazione hanno riservato a tale provvedimento potrebbe far pensare che lo stesso rappresenti una sorta di novità nel mondo del diritto del lavoro mentre, in realtà, i principi di cui al citato provvedimento altro non sono che l'applicazione di quanto sancito dal Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, meglio noto come Codice della Privacy e, prima ancora, dallo Statuto dei Lavoratori.

Il diritto alla riservatezza rientra tra i diritti della personalità ed in quanto tale gode della garanzia costituzionale di cui all'art. 2 Costituzione in cui si dispone che " la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità ".

È ovvio che anche i lavoratori quando al mattino si recano a lavorare non abbandonano fuori dal posto di lavoro i loro diritti alla riservatezza ed alla protezione dei dati.

Essi possono legittimamente attendersi di usufruire di un certo grado di riservatezza anche sul posto di lavoro, visto che una parte significativa delle loro relazioni con altri essere umani si sviluppa nell'ambiente di lavoro stesso.

È ovvio che applicare tale principio all'argomento esaminato dal Garante della Privacy con il provvedimento del 01.03.07, non significa che il lavoratore possa indiscriminatamente utilizzare i beni facenti parte del patrimonio aziendale per il proprio uso personale.

Il problema è, invece, accertare di quali strumenti di controllo possa legittimamente servirsi il datore di lavoro al fine di accertare l'utilizzo indebito dei beni aziendali da parte dei propri dipendenti.

Il potere di controllo e di direzione attribuito al datore di lavoro deve, infatti, coordinarsi con la normativa riguardante la tutela della dignità e della riservatezza dei lavoratori, contenuta principalmente, come detto, nello Statuto dei lavoratori e nel Codice della Privacy.

Già nell'anno 2002 il Garante della Privacy, con i provvedimenti del 23.04 e del 25.06.02, ha chiarito che l 'attività di registrazione dei dati relativi alle e-mail debba essere qualificata come trattamento di dati personali, rilevante ai sensi del Codice Privacy.

La nozione di dato personale, adottata dal Codice della Privacy, riguarda infatti espressamente " qualunque informazione " relativa all'interessato riportata in supporti di ogni tipo (cartaceo e automatizzato) e conservata o meno in archivi.

Ciò con riferimento sia a dati di tipo amministrativo riferiti alla carriera del dipendente, sia ad eventuali altri tipi di dati personali relativi all'interessato conservati nei computer dell'Istituto e relativi ad attività di lavoro dallo stesso esercitate, ivi compresi i messaggi di posta elettronica.

In altre parole, la registrazione e l'archiviazione delle informazioni relative alla posta elettronica, indipendentemente dalla presa di cognizione del contenuto del singolo messaggio, nonché il controllo sull'accesso ad Internet, sono attività sottoposte agli adempimenti ed alle regole dettate dalla normativa vigente in materia di privacy.

Tale circostanza impone che i lavoratori debbano essere dettagliatamente informati su quali dati vengono raccolti su di loro, i dati devono essere rilevati esclusivamente per finalità determinate, esplicite e legittime e devono essere pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità.

Il datore di lavoro ha l'obbligo di verificare che qualsiasi forma di controllo risulti assolutamente indispensabile in rapporto ad uno scopo determinato prima di impegnarsi in qualunque attività del genere.

E ancora i dati personali devono essere trattati in modo lecito (e quindi non violando norme di legge) e secondo correttezza (e quindi le informazioni non devono essere state acquisite in modo fraudolento o con l'inganno): la regola generale, per l'avvio di qualsiasi trattamento dati, è infatti quella di informare il soggetto interessato (nella fattispecie il lavoratore) sull'esistenza di un trattamento di dati personali che lo riguardano.

E' appena il caso di evidenziare che, per espressa previsione dell'articolo 11 del Codice della Privacy, i dati personali trattati in violazione dei predetti principi non possono essere utilizzati.

Lo Statuto dei Lavoratori, richiamato espressamente dall'art. 114 del Codice della Privacy, come noto vieta il controllo a distanza dei lavoratori.

In particolare l'art. 4 vieta in modo assoluto il controllo a distanza del lavoratore intenzionale, ossia l'utilizzo di apparecchiature finalizzate ad un mero controllo dell'attività lavorativa del dipendente, in quanto un simile intento si porrebbe in evidente contrasto con i principi costituzionali di libertà personale, di dignità umana e di riservatezza di cui al combinato disposto degli artt. 13 e 15 della Costituzione.

Lo stesso articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori prevede, invece, la possibilità di utilizzare impianti che consentano il controllo a distanza dei prestatori di lavoro, purché la loro presenza sia finalizzata a soddisfare esigenze di carattere organizzativo e produttivo, ovvero di sicurezza del lavoro, e non ad un mero controllo della sfera personale dei lavoratori, e soltanto previo accordo con le R.S.A. o, in mancanza, tramite istanza alla Direzione del lavoro.

Quindi già lo Statuto dei Lavoratori ritiene legittimo il controllo della posta elettronica del dipendente quando non esclusivamente finalizzato al controllo della attività lavorativa, ma è giustificato da " esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro", previo accordo o regolamento aziendale ".

In tale sede non è fuori luogo il richiamo all'art. 8 dello Statuto dei Lavoratori che, come noto, vieta al datore di lavoro il compimento di indagini sulle opinioni dei lavoratori: è innegabile infatti che nell'ambito dello spazio personale del computer potrebbero essere reperiti documenti relativi a simpatie politiche, religiose, sessuali, sindacali, ecc.

Interessante, in proposito, è la sentenza num. 9425/01 con la quale il TAR del Lazio, accogliendo il ricorso di un dipendente, ha affermato che “la posta elettronica è segreta; il datore di lavoro non può utilizzare il contenuto di messaggi scambiati dai propri dipendenti per irrogare sanzioni disciplinari."

E questo perché la posta elettronica è un mezzo non solo produttivo, ma anche espressivo, e le “ opinioni ivi espresse non sono suscettibili di censura da parte dell'amministrazione alla stessa stregua di notizie scientemente diffuse alla generalità.”

Per quanto il provvedimento del Garante della Privacy del 01.03.07 non fa altro che dare applicazione a principi già sanciti dal Codice della Privacy e dallo Statuto dei Lavoratori, l'auspicio è che il forte clamore dato allo stesso dai mezzi di informazione possa richiamare da un lato il lavoratore ad un corretto utilizzo delle risorse aziendali e, dall'altro, il datore di lavoro ad un corretto, e non arbitrario, esercizio del potere di controllo e di direzione.


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