Il delitto di ingiuria: alcune riflessioni
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Articolo del 25/04/2007 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Il delitto di ingiuria è stato inserito dal legislatore nel titolo XII capo II del libro II dedicato ai delitti contro la persona. I delitti trattati dal Titolo in argomento si configurano come comportamenti illeciti atti ad offendere i beni essenziali dell'individuo, vale a dire la vita, l'incolumità fisica, la libertà, l'onore e il decoro.

L'interesse tutelato nel delitto di ingiuria è l'onore della persona, soggettivamente considerato. Il concetto di “onore” sta ad indicare quel complesso di condizioni da cui dipende il valore sociale della persona. Questo è dato dall'insieme di quei dati morali, fisici ed intellettuali e delle altre qualità che concorrono a determinare il pregio dell'individuo nell'ambiente sociale in cui vive. Il principio cardine attorno a cui ruota la tutela penale dei delitti contro l'onore è rappresentato dal sentimento del proprio valore sociale, la reputazione e la considerazione che gli altri nutrono nei propri confronti.

L'ingiuria – secondo le espressioni letterali usate dall'art. 594 c.p. – è costituita dalla offesa all'onore, inteso con riferimento alle qualità morali della persona, od al decoro cioè al complesso di quelle altre qualità e condizioni che ne determinano il valore sociale. L'ingiuria può essere considerato un illecito penale che suscita un modesto e limitato allarme sociale. Infatti, in ciò va ricercato il motivo della scelta del legislatore di attribuirlo, ai sensi dell'articolo 4 d.lgs. n. 274/2000, alla specifica competenza del giudice di pace (art. 4, comma 1°, lett. a), d.lgs. n. 274/2000 nella parte in cui stabilisce “Il giudice di pace è competente per i delitti consumati o tentati previsti……. dagli articoli 594 c.p. etc…”. Inoltre, il reato in oggetto è procedibile a querela di parte e la citazione a giudizio viene fatta dal Pubblico Ministero ex art. 20 D.lgs. 274/2000, anche su ricorso della persona offesa. In questo reato penale le misure pre-cautelari dell'arresto e del fermo non sono consentiti.

Si tratta di un reato comune, perché può essere commesso da chiunque e di mera condotta, perché si perfeziona con la semplice esecuzione dell'azione illecita; è a forma libera, perché la condotta tipica non viene prestabilita dal legislatore penale. Il momento consumativo del reato di ingiuria si realizza nel momento in cui l'espressione ingiuriosa viene percepita dalla persona offesa.

L'ingiuria – per concorde dottrina e giurisprudenza – è delitto doloso. Infatti, l'elemento soggettivo è rappresentato dal dolo generico, inteso come coscienza e volontà del fatto tipico previsto dalla norma incriminatrice. Ai fini della configurabilità del reato di ingiuria, non è necessario, sotto il profilo soggettivo, l'animus iniurandi, dal momento che l'art. 594 c.p. richiede il dolo generico, che consiste nella mera consapevolezza di usare un'espressione offensiva.

La tutela penale dell'onore ex art. 594 c.p. deve limitarsi ad un “minimum” certo, nel senso che, al fine di accertare se sia stato leso il bene giuridico protetto dalla norma, occorre basarsi su una media convenzionale in rapporto alla personalità dell'offeso e dell'offensore. Pertanto, alla luce dei sopraccitati criteri, il giudice ben potrebbe legittimamente escludere che l'espressione “truffare” sia lesiva dell'onore e della dignità morale della persona cui è diretta quando risulti che l'agente non aveva l'intenzione offensiva. Ritengo che l'espressione “truffare” possa essere tipica del linguaggio dei commercianti nei casi di inadempienze contrattuali e quindi non sia di per sé lesiva del bene tutelato dalla norma penale quando non emerga il fine offensivo, ma solo se utilizzata in un determinato contesto o ambiente sociale.

In termini materiali, l'ingiuria si realizza con espressioni di disprezzo che possono manifestarsi nei modi più svariati: con parole, scritti, disegni, gesti, suoni, comunicazioni telegrafiche o telefoniche ecc. Inoltre, affinché possa essere integrata la fattispecie incriminatrice in oggetto è necessaria non soltanto la sussistenza di manifestazioni oltraggiose, ma anche l'ulteriore ed indefettibile requisito della presenza dell'offeso, cioè della persona contro la quale le espressioni di disprezzo sono indirizzate.

Anche le persone giuridiche (codice civile, articoli 11 e 12), gli enti di fatto (art. 36 e ss. codice civile) possono diventare soggetti passivi del reato di ingiuria poiché l'opinione prevalente in dottrina ed in giurisprudenza riconosce la rilevanza penale delle offese nei loro confronti.

Al contrario, restano esclusi dal novero dei soggetti passivi del delitto di ingiuria i defunti, in quanto l'onore presuppone l'esistenza in vita del soggetto stesso.

Il discrimen, la linea di confine tra la condotta lecita e quella illecita in tale reato è molto sottile ed a volte incerta, tanto che la sua valutazione è demandata allo stesso giudice, il quale deve accertare l'attitudine delle espressioni utilizzate dal soggetto agente a ledere l'onore o il decoro della persona offesa. La stessa giurisprudenza ha stabilito che apostrofare una persona con l'epiteto “raccomandato” comporta il reato di ingiuria poiché equivale a dire che il destinatario è affidato alla protezione di qualcuno nell'assunzione dell'incarico (vedi Cassazione penale, sez. V, 20.9.2005 n. 37455).

Molteplici, nella realtà fattuale quotidiana della società, sono le forme ed i modi di manifestazione del reato di ingiuria. Infatti, in tema di ingiuria, frasi del tipo “Chi (…) sei tu?” O “Chi (…) mi rappresenti?”, pronunciate reiteratamente all'indirizzo di una persona in divisa (nel caso di specie, un appartenente alle Forze di Polizia) risultano senz'altro lesive del suo onore e del suo decoro perché sottintendono il più assoluto disprezzo della personalità del lavoratore. La Costituzione , a tal proposito, considera, tra le formazioni sociali in cui si svolge la personalità dell'uomo, anche quella concernente la sua attività lavorativa e colui che appartiene alle Forze dell'Ordine deve poter contare, quando lavora, anche sul rispetto a lui dovuto, in difetto del quale egli non può esplicitare in modo pieno il suo servizio in favore dello Stato e dei cittadini tutti.

In tema di ingiuria la causa di giustificazione del diritto di critica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi che di per sé sarebbero ingiuriosi, tesi a stigmatizzare un comportamento realmente tenuto dal personaggio pubblico. Tuttavia, l'esimente non può scriminare la falsa attribuzione di una condotta, utilizzata come fondamento per la esposizione a critica del personaggio stesso (Cassazione penale, sezione V, 20 maggio 2004, n. 24087).

In conclusione, con la tutela penale che viene apprestata per il reato di ingiuria a chiunque è dovuto il rispetto sociale e il nostro ordinamento giuridico non può accettare, tollerare aggressioni alla reputazione di soggetti, i quali, non possono vedere lesa la propria dignità personale o professionale e la loro immagine sociale senza essere puniti. Pertanto, la ratio legis del legislatore penale del 1930 è stata quella di garantire il rispetto dei principi che, poi, successivamente sono stati inseriti, rafforzati e specificati in via ulteriore proprio all'interno della nostra Carta Costituzionale del 1948 con l'articolo 3 (Principi fondamentali), che assicura pari dignità sociale a tutti i cittadini, senza distinzione di razza, di religione etc..


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

www.avvocatoamaolo.com
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