La crisi della causalità scientifica in diritto penale
Condividi su Facebook | Discuti nel forum | Consiglia | Scrivi all'autore | Errore |

Articolo del 01/03/2007 Autore Avv. Alessandro Amaolo Altri articoli dell'autore


Nel diritto penale evento e condotta sono due entità distinte ma non autonome fra di loro. Infatti, tra l'una e l'altra deve esistere un legame e, più precisamente, un rapporto di causalità, senza il quale l'avvenimento esterno non potrebbe considerarsi effetto della condotta del reo.

Secondo l'art. 40, comma 1, c.p.Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l'evento dannoso o pericoloso, da cui dipende l'esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione”.

Il principio della causalità rappresenta il passaggio essenziale dalla responsabilità per fatto altrui alla responsabilità per fatto proprio. Pertanto, nel diritto penale vigente, l'esistenza di un rapporto di causalità diviene la premessa indispensabile per poter attribuire un fatto criminoso ad un soggetto.

Altra espressione di questo principio ci viene fornita dall'art. 27 Cost., che parla di responsabilità personale 1 e, quindi, sembra esigere un nesso imprescindibile fra la condotta e l'evento.

Il motivo per cui la legge esige tale rapporto è dato dal fatto che dare rilevanza penale ad una modificazione del mondo esterno che non abbia alcun legame con la condotta dell'uomo, non avrebbe alcun senso. Invece, nei reati formali, cioè di mera condotta, la causalità non assume nessuna rilevanza.

In questo contesto si inserisce il fatto che a volte è difficile, problematico ed estremamente complesso spiegare in termini naturalistici un dato evento. Si fa così ricorso ad un modello basato su leggi di copertura scientifiche che, però, sta attraversando una fase critica. Le leggi scientifiche hanno la caratteristica della generalità, della sperimentalità e della controllabilità. Sono sperimentabili perché i fenomeni scientifici devono essere riconducibili ad esperimenti misurabili quantitativamente, poiché essi sono ripetibili e controllabili dagli scienziati mediante procedure che verificano la misura dei fenomeni e la validità della legge. Da ciò deriva che sono generali, poiché non dovrebbero ammettere eccezioni o, comunque, il margine di errore dovrebbe essere già esattamente conosciuto. Le leggi di copertura o leggi scientifiche che permettono al giudice di stabilire il nesso di causalità sono:

•  le leggi universali, sulla base delle quali è consentito affermare, allo stato dell'attuale conoscenza umana, che ad un certo atto corrisponde con certezza un certo evento;

•  le leggi statistiche, munite di una minore certezza scientifica, in ragione delle quali si può affermare che, in una certa percentuale di casi, la realizzazione di un atto è seguita dal verificarsi di un evento.

In questi ultimi anni, però, il mondo scientifico ha dimostrato una certa difficoltà nel reperire leggi di copertura che permettano di spiegare l'evento ri-descritto. La ricostruzione del nesso di causalità operata dalla giurisprudenza sulla base di dati scientifici si imbatte sempre più con trame causali oscure. Ad ogni modo, il modello di sussunzione sotto leggi scientifiche, dove la ricostruzione del nesso di condizionamento non rimane affidata all'intuito del giudice, è considerato secondo molti il punto di partenza più attendibile per ritagliare il concetto “giuridico” di causalità. Tale paradigma nomologico-condizionalistico si propone infatti come un modello ad applicazione certa, che ambisce a stabilire se una condotta umana sia o meno causale rispetto ad un dato evento. Ultimamente, invece, la molteplicità di concezioni epistemologiche 2 ha provocato una vistosa incrinatura nella capacità conoscitiva della scienza, con innegabili ripercussioni sul principio della causalità scientifica. È innegabile che il principio di causalità venga ancora ritenuto come lo strumento più adeguato per ricevere la spiegazione e la predizione degli eventi. Tuttavia, la crisi che ha investito ed investe la causalità scientifica non riguarda soltanto la sua “funzione”, quanto piuttosto la sua “forza esplicativa”. Tutto ciò ha comportato un progressivo, crescente ricorso alla categoria della c.d. “probabilità”. Una parte della dottrina e della giurisprudenza sono ormai comunemente consapevoli che la necessità di una legge causale non è mai assoluta. La spiegazione causale viene dunque a rivestire uno spessore essenzialmente probabilistico anche quando la legge sulla quale è imperniato il meccanismo della spiegazione è di natura universale. In altre parole causalità generale non vuol dire necessariamente causalità individuale per ogni persona fisica. Il complesso causale è dato dalla rete idonea di per sé a produrre l'evento, ma quest'ultimo non lo implica nella sua totalità come sua premessa necessaria. Ritengo che dentro la rete causale ed all'interno degli oscuri meccanismi che la governano, tutte le condizioni causali hanno dei ruoli e delle funzioni diverse; un esempio ci può essere fornito dal campo della medicina. Di fianco a malattie che rispondono a classificazioni di tipo eziologico monocausale, ve ne sono altre (quelle cronico-degenerative) caratterizzate dalla presenza di una rete causale multifattoriale, dove i modelli della causa necessaria non sono in grado di spiegare con quasi certezza il legame che unisce la condotta all'evento. Altro esempio ci viene dato dalle alterazioni ambientali, in cui gli eventi dipendono da una serie di condotte e situazioni, spesso differite nel tempo e concorrenti con fenomeni naturali, con riferimento alle quali diviene difficile risolvere il problema causale. Spesso la scienza, mediante il modello della sussunzione su leggi scientifiche, è impossibilitata ad individuare il fattore produttivo del danno.

In conclusione, dall'analisi del concetto "scientifico" di causalità si ricava l'impossibilità di provare la causalità individuale attraverso la causalità generale. Inoltre, il problema del "contrasto tra esperti" sulla "causalità generale" nel danno da prodotto è prodotto dalla giurisprudenza e dalla dottrina in termini troppo riduttivi, giacché il vero problema è l'incertezza scientifica, caratteristica della quale non si può discutere se non si hanno chiare le idee sul metodo scientifico.

Il giudice penale non può e non deve, a mio parere, utilizzare la “causalità generale” come criterio di accertamento della responsabilità individuale, perché si tratta di un criterio fallace.

Ritengo, invece, che attraverso un ricorso al paradigma dell'aumento del rischio si possa, diversamente, creare una soluzione alternativa al problema dell'accertamento del nesso di causalità. Tale nuovo modello avrebbe in sostanza una funzione sostitutiva del modello causale condizionalistico fondato sulle c.d. leggi di copertura scientifiche. In questo caso la giurisprudenza, posta di fronte ad un deficit conoscitivo dovrebbe privilegiare un modello euristico basato sul rischio. Nella responsabilità penale per il danno da prodotto si sta assistendo alla dissoluzione della concezione del nesso causale inteso come ragionevole collegamento fra una causa ed un effetto, guidato dalle c.d. leggi scientifiche. Nel danno da prodotto ciò che diviene illecito è rappresentato dal rischio che un determinato prodotto possa causare danni fisici irreversibili alle persone umane.

La schematizzazione offerta dallo scrivente impone, pertanto, la figura di un sistema penale in espansione, dove a discapito della conformazione ad evento naturalistico della fattispecie si privilegia, invece, un nuovo modello basato sul rischio come fulcro della condotta.

Con ciò non voglio togliere valore ed importanza alla teoria della causalità scientifica elaborata sul rapporto causale, quanto piuttosto indicare una via alternativa al problema della causalità scientifica nel diritto penale. Concludo, affermando che oggi più che mai non può esistere un unico detentore della verità. Infatti, la scienza si espone quotidianamente al rischio della fallibilità, che si traduce in una perdita del suo monopolio nelle pretese di conoscenza scientifica.  

1 Vedi la sentenza della Corte Costituzionale 23-24 marzo 1988, n. 364. Si tratta di una sentenza storica che restaura il principio di colpevolezza alla luce della Carta Costituzionale.

2 L'epistemologia è la scienza che studia la natura in modo critico e i limiti della conoscenza scientifica.


Avv. Alessandro Amaolo
Avvocato

www.avvocatoamaolo.com
^ Vai all' inizio


Articoli correlati

Articoli su Overlex per l'argomento: penale

» Tutti gli articoli su overlex in tema di penale

Siti di interesse per l'argomento: penale





Concorso miglior articolo giuridico pubblicato su Overlex
Clicca qui
logo del sito
Il Quotidiano giuridico on line ISSN 2280-613X


Loading