La legittimazione dei figli naturali
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Articolo del 20/01/2007 Autore Avv. Rosalia Conforti Altri articoli dell'autore


La legittimazione rappresenta oggi, nel sistema disegnato dalla riforma del diritto di famiglia, un istituto connotato da forte ambiguità. Per il solo fatto di esistere, infatti, la legittimazione documenta la perdurante “diversità” tra filiazione legittima e filiazione naturale, diversità che invece non è più dato riscontrare nella disciplina del rapporto di filiazione.

Nella duplicità delle forme e delle fattispecie costitutive, la legittimazione per susseguente matrimonio e per provvedimento del giudice integrano un istituto unitario. L'elemento unificante è dato, infatti, dalla identità di funzioni e degli effetti, a nulla rilevando il diverso momento da cui iniziano a prodursi 1.

Nell'uno come nell'altro caso, inoltre, presupposto fondamentale perché operi la legittimazione è che il figlio sia stato riconosciuto. Non è cioè sufficiente la mera riconoscibilità del figlio, così come si potrebbe arguire dall'art. 281 c.c., ma occorre, invece, un positivo atto di riconoscimento, in quanto in esso è contenuto l'accertamento del rapporto di filiazione, dal quale non è possibile prescindere.

Nell'ipotesi della legittimazione per susseguente matrimonio a produrre l'effetto legittimante concorre, con il riconoscimento, il matrimonio dei genitori.

Ed invero.

Il matrimonio realizza la coincidenza tra famiglia legittima e famiglia naturale ed automaticamente rimuove ogni ragione di incompatibilità tra i rispettivi diritti.

Perché operi la legittimazione, occorre, perciò, che il figlio sia riconosciuto da entrambi i genitori. Con norma assai logica l'art. 283 c.c. dispone che se il riconoscimento è anteriore al matrimonio o è fatto nell'atto di matrimonio, gli effetti della legittimazione si producono dal giorno del matrimonio, se invece il riconoscimento da parte dei genitori, o di uno solo di essi, è successivo al matrimonio, gli effetti della legittimazione decorrono dal giorno del riconoscimento.

La ratio della disciplina è chiara: attribuire lo stato di legittimità a chi è figlio di due persone sposate tra di loro, sembrando ingiustificata una discriminazione fondata sulla circostanza che la nascita sia avvenuta prima del matrimonio tra i genitori. Conseguentemente, l'acquisto dello stato di legittimità è automatico: non è richiesto il consenso di alcuno dei tre soggetti interessati (entrambi i genitori e figlio) ed anzi è irrilevante l'eventuale dissenso, anche esplicito, di alcuno di questi soggetti.

Come si è già detto, perché l'effetto legittimante si verifichi occorre che, ad un certo momento, coesistano e i riconoscimenti e il matrimonio. È dunque da escludere che l'effetto si verifichi se uno o entrambi i riconoscimenti sopravvengano quando il matrimonio, pur avvenuto in precedenza, si sia sciolto per morte di uno dei coniugi o per divorzio 2.

Assai più complessa è la disciplina della legittimazione per provvedimento del giudice prevista e disciplinata all'art. 284 c.c.

La ratio è quella di non escludere dai benefici legati allo stato di filiazione legittima i figli, nati prima del matrimonio, che avrebbero potuto conseguire tale status se il matrimonio fosse stato celebrato, nell'ipotesi in cui la celebrazione del matrimonio è risultata impossibile. La sopravvivenza di questo istituto poco si giustifica in quanto si spiegherebbe razionalmente solo per le ristrette ipotesi in cui si potesse avere la certezza che il matrimonio era stato sicuramente voluto da ambedue i genitori e poi, per morte di uno dei due nell'imminenza dl matrimonio, le nozze non siano seguite. Si deve, però, sottolineare come nella prassi giurisprudenziale, ormai consolidata e risalente nel tempo, la legittimazione viene concessa anche quando c'è addirittura la certezza che almeno uno dei due genitori non ha mai voluto quel matrimonio.

Perché questa legittimazione sia concessa dal giudice debbono concorrere le volontà conformi:

•  del soggetto che chiede la legittimazione;

•  dell'altro genitore del figlio infrasedicenne o, in mancanza, del curatore speciale nominato dal giudice tutelare;

•  del figlio ultrasedicenne ma solo se non sia stato riconosciuto;

•  del coniuge non separato di colui che chiede la legittimazione.

Legittimati a chiedere il provvedimento sono, normalmente, i genitori o uno solo di essi. L'art. 285 c.c. prevede, però, che sia il figlio stesso a chiedere la legittimazione quando uno dei genitori ha espresso in un testamento o in un atto pubblico la volontà di legittimarlo e poi sia morto.

La decisione spetta, quando il legittimando sia minorenne, al Tribunale per i Minori, altrimenti al Tribunale ordinario. La legittimazione può essere concessa “ soltanto se corrisponde all'interesse del figlio ”.

La seconda condizione è che “ per il genitore vi sia l'impossibilità o un gravissimo ostacolo a legittimare per susseguente matrimonio ”. Il caso tipico è quello della morte di uno dei genitori ma la giurisprudenza ha ritenuto ipotesi di gravissimo ostacolo anche il fatto che uno dei genitori sia sposato con altri, oppure il fatto che l'altro genitore non voglia sposarsi con quello che chiede la legittimazione o a non volersi sposare sia addirittura colui che chiede la legittimazione se, per non volere quel matrimonio, risulta avere gravi e validi motivi.

Quanto agli effetti del provvedimento del giudice, questi decorrono ex art. 290, I comma, c.c. dalla data del provvedimento: se in sede di reclamo esso si annullato, naturalmente ne vengono meno gli effetti ex tunc .

A seguito della legittimazione il figlio acquista, com'è logico, anche lo status di figlio legittimo nei confronti dei parenti del genitore o di ambedue se vi è stata la legittimazione bilaterale. In quest'ultimo caso, in applicazione almeno analogica del principio per cui il figlio legittimo porta il nome del padre, il legittimato assume il nome paterno eventualmente sostituendolo a quello materno che fin allora avesse portato.

Altrettanto deve dirsi per l'ipotesi di legittimazione unilaterale paterna, sempre per il principio della prevalenza del cognome paterno in situazione di filiazione legittima cui la legittimata è sempre parificata. Nell'ipotesi, invece, di legittimazione solo materna, è da ritenere che il figlio continui a portare il cognome che aveva in precedenza, dopo il riconoscimento, ex art. 262 c.c. dunque ancora quello paterno se in tale occasione gli era stato attribuito.

Non c'è infatti una regola per cui il figlio legittimato debba portare il cognome del genitore che lo ha legittimato: l'unica regola è quella che in caso di filiazione legittima il figlio assuma il cognome paterno.

Avv. Rosalia Conforti


Note:

1 In questo senso, cfr. V.M. Trimarchi, La legittimazione dei figli naturali, Milano, 1954, 1 e ss.

2 Cfr. Stella Richter e Sgroi, Delle persone e della famiglia , in Commentario del Codice Civile , I, tomo II, 1967, 281 e Majello, Della filiazione illegittima e della legittimazione , in Commentario al Codice Civile , a cura di Scialoja e Bianca, art. 250 – 290 c.c., Bologna, 1982, 224, ritengono che pur sciolto il matrimonio per morte di uno dei coniugi il riconoscimento fatto dal coniuge supersite determina l'effetto legittimante ma solo nei confronti di quest'ultimo.


Avv. Rosalia Conforti
Avvocato
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