Immigrazione: le maglie della bossi-fini sono sempre piu' ampie
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Articolo del 15/11/2006 Autore Avv. Carlo Alberto Zaina Altri articoli dell'autore


1) L'ANTEFATTO.

Il Giudice Monocratico del Tribunale di Rimini, con l'ordinanza cautelare oggetto di commento, mette a nudo irreversibilmente un'ulteriore falla della vigente legislazione penale in materia di immigrazione.

Viene confermato, così, il convincimento, più volte esposto anche in dottrina (non solo in giurisprudenza), che la legislazione dell'emergenza è sempre destinata, per l'assenza in re ipsa di un meditato progetto complessivo, a fornire risposte che finiscono per rivelarsi – già nel medio termine ed a fronte di ponderate valutazioni specifiche - inadeguate alle necessità cui dovrebbe attendere.

Succede, quindi, come nel caso in questione che l'impianto casistico della norma fallisca lo scopo cui è destinato, in quanto non abbia previsto tutte le opzioni concretamente possibili, e lasci, così, zone di impunità.

Venendo alla vicenda va detto che la fattispecie in questione è assai semplice.

Un cittadino extracomunitario viene fermato casualmente per un controllo, dal quale risulta che :

  1. egli aveva ottenuto per cinque anni consecutivi il permesso di soggiorno nel nostro paese, a far data dal 1999,
  2. tale permesso di soggiorno era scaduto l'ultima volta nel 2004,
  3. l'interessato aveva avanzato ulteriore richiesta di rinnovo alla Questura di Arezzo,
  4. nei primi mesi del 2005 il rinnovo gli era stato negato, sulla base di motivazioni che, per quanto generiche, non sono influenti nel presente giudizio penale,
  5. nel settembre 2005, il Questore di Rimini, città ove lo straniero si era, nel frattempo, trasferito e stabilito, gli notificava provvedimento di espulsione, facendo riferimento a fini motivi, in via del tutto esclusiva, al precedente mancato rinnovo del permesso di soggiorno e senza richiamare altre cause.

Constatato, quindi, che l'extracomunitario si trovava in Italia, nonostante l'emissione di un provvedimento di espulsione, gli agenti addetti al controllo, contestavano al predetto la violazione dell'art. 14 co. 5 ter del d.l.vo 286/98 (1), traendolo in arresto e presentandolo al Giudice Monocratico per la fase di convalida ed il successivo giudizio direttissimo.

2) LA DECISIONE SUL PUNTO E LE OSSERVAZIONI CHE NE CONSEGUONO .

Il lucido intervento giurisprudenziale, in atti, muove da due osservazioni tra loro intimamente connaturate.

In primo luogo, il tipo di reato contestato all'indagato, che è quello, come detto, previsto dall'art. 14/5 ter della legge sull'immigrazione, siccome, nel caso concreto, si reputa che il cittadino straniero si trovi, al momento del controllo effettuato, nel nostro paese in violazione dell'ordine impartito dal questore ai sensi del comma 5 bis (2) del citato art. 14.

In secondo luogo, entra prepotentemente alla ribalta la necessità della rigorosa esegesi del testo normativo in questione, onde ricavare, prima facie, da esso quelle ipotesi che integrino la fattispecie penale e – indi – rapportare la previsione strettamente giuridica alla fattispecie concreta, per valutarne la effettiva corrispondenza.

E' opportuno notare, prima di qualsiasi altra e successiva osservazione in merito alla questione, come la norma in parola, l'art. 14 comma 5 ter, contengano al suo interno una duplice, quanto singolare, previsione sanzionatoria.

• Da un lato, infatti, vi sono tre situazioni – che si andranno ad esaminare dettagliatamente – che costituiscono prodromo per l'emissione del provvedimento di espulsione. La violazione dell'ordine di allontanamento dal territorio nazionale, imposto dal questore con un atto amministrativo, che, quindi, riporti a propria giustificazione una di queste tra condotte, integra una fattispecie di natura delittuosa essendo sanzionate con la reclusione da 1 a 4 anni.

• Dall'altro, scorrendo ulteriormente il disposto della norma pluricitata si rinviene una quarta ipotesi che legittima l'espulsione, ma in caso di inosservanza del provvedimento che si basi su questa situazione, si verte in ambito di reato che viene classificato come contravvenzionale, siccome prevede una pena da 6 mesi ad 1 anno .

Ciò premesso, sia consentita un brevissima chiosa.

Chi scrive riconosce indubbiamente, (ci mancherebbe altro!) che il legislatore sia titolare di un potere di assoluta libertà ed autonomia, nell'esercizio delle proprie funzioni di elaborazione e promulgazione delle leggi.

L'organo legiferativo, quindi, può creare, in ordine alla pericolosità e gravità di plurime condotte che, pur differenti, attentino e violino il medesimo bene giuridico, un indubbia tipologia di gerarchia in relazione a tali comportamenti illeciti.

Vale a dire che è del tutto condivisibile che esista una scala di sanzioni, che colpisca comportamenti illeciti con pene che risultino progressivamente proporzionate agli stessi.

Certo è che non può tacersi la singolarità di una singola norma di legge, come l'art. 14 comma 5 ter, che al suo interno, preveda una commistione di situazioni, che venendo ricomprese in categorie di reato differenti, (talune delitti, talaltra contravvenzione) appaiono ictu oculi ontologicamente e giuridicamente differenti e disomogenee tra loro!

Ma, tant'è, in quanto ci si deve rassegnare al fatto che il legislatore italiano, di qualunque colore esso sia mai stato, non ha mai brillato, negli ultimi decenni, per chiarezza e coerenza.

Chiusa la parentesi, va detto che l'esame del ultimo profilo attinente all'individuazione della condotte sanzionate, attività che si pone come appendice decisiva per valutare la fondatezza della contestazione dell'ipotesi di cui all'art. 14 comma 5 ter, permette di rilevare che la violazione del precetto amministrativo configura delitto, quando:

l'espulsione sia stata disposta in quanto il cittadino straniero sia entrato illegalmente in Italia;

l'espulsione sia stata disposta in quanto il cittadino straniero , seppur entrato regolarmente in Italia, non abbia adempiuto nei termini di legge alla richiesta di permesso di soggiorno, in carenza di cause esimenti;

l'espulsione sia stata disposta in quanto il cittadino straniero abbia ottenuto il permesso di soggiorno, ma tale atto sia stato annullato o revocato.

La contravvenzione, invece, si verifica, quando l'espulsione venga disposta in quanto il permesso di soggiorno sia scaduto da più di sessanta giorni e non ne sia stato richiesto il rinnovo.

Il caso che ci occupa, come rilevato nell'ordinanza cautelare in epigrafe, invece, attiene ad un'ulteriore e diversa ipotesi di espulsione e cioè si riferisce ad un provvedimento di allontanamento dal nostro paese a seguito di mancato rinnovo di un permesso di soggiorno precedentemente accordato.

Tale specifica ipotesi non viene presa in esame dall'art. 14 comma 5 ter d.l.vo 286/98 e, quindi, la doverosa conclusione è quella di affermare che non è penalmente sanzionabile l'inosservanza del provvedimento di espulsione, da parte del cittadino extracomunitario, che si fondi esclusivamente sul mancato rinnovo del permesso, ritualmente e tempestivamente richiesto dall'interessato.

E', quindi, quest'ultimo elemento che rende l'ipotesi in questione del tutto differente anche dalla situazione posta a base del reato contravvenzionale, il quale punisce il soggetto, che, una volta in possesso di permesso di soggiorno, non abbia, però, formulato istanza di rinnovo.

La pronunzia che si commenta – ed alla quale ha fatto seguito l'assoluzione dell'imputato con la formula perché il fatto non costituisce reato – trova un solo precedente in una pronunzia del Tribunale del Milano, del 28 Febbraio 2005 (in Guida al Diritto, 2005, 26, 58).

In tale occasione, infatti, il giudice di merito affermò testualmente che “ né il D. Lgs. 286 del 1998, né il D.P.R. 394 del 1999 prevedono conseguenze, sul piano amministrativo e penale, per il caso che lo straniero, cui venga rifiutato il rinnovo del permesso di soggiorno, non si allontani dallo Stato. Ora, se in via amministrativa è ben possibile supplire alla carenza di indicazioni normative ricorrendo in via analogica a quanto previsto dal D.P.R. 394 del 1999 in materia di rifiuto originario del permesso di soggiorno (l'articolo 12 prevede la concessione, da parte del questore, del termine di 15 giorni per lasciare il territorio dello Stato con l'avviso che, altrimenti, si procederà all'espulsione ex articolo 13 del testo unico) è altrettanto evidente che la stessa operazione ermeneutica non è ammissibile in materia penale, ostandovi i principi di tassatività delle fattispecie di reato e di inammissibilità dell'analogia "in malam partem".

Non è possibile infatti percorrere la via dell'interpretazione estensiva: anche dilatando al massimo il significato letterale dei termini previsti dall'articolo 14, comma 5-ter, del D.Lgs. 286 del 1998, non si può ricomprendere tra i casi previsti dalla norma (ingresso illegale nello Stato; revoca o annullamento del permesso di soggiorno; mancata richiesta del permesso di soggiorno o del suo rinnovo) la fattispecie del rifiuto del rinnovo del permesso di soggiorno, diversa per presupposti e disciplina”.

La sentenza del Tribunale di Milano escluse tassativamente, pertanto, qualsiasi ipotetica possibilità di assimilazione dello specifico caso di rifiuto di rinnovo del permesso di soggiorno a tutte le altre fattispecie penalmente rilevanti previste dall'art. 14 comma 5 ter, apparendo, infatti, queste assolutamente differenti dalla prima.

L'importanza dell'ordinanza emessa dal Giudice Monocratico di Rimini, riposa nel fatto che la valutazione operata attiene al profilo squisitamente cautelare.

Vale a dire che il giudicante, nel caso che ci occupa, prima di accedere al vero giudizio di merito, ha formulato una prognosi di non conformità del fatto nella sua materialità rispetto allo stereotipo normativo, sì da escludere sia la legittimità dell'arresto, che non è stato convalidato, sia l'applicazione di misure cautelari, proprio in quanto già possibile una prognosi in ordine alla insussistenza in punto di diritto del reato supposto.

La ovvia successiva assoluzione è stata, quindi, naturale e coerente corollario alla decisione della fase interinale del giudizio de libertate.

Avv. Carlo Alberto Zaina


Note:

(1) Art. 14 comma ter in materia di Esecuzione dell'espulsione (Legge 6 marzo 1998, n. 40, art. 12)

Lo straniero che senza giustificato motivo si trattiene nel territorio dello Stato in violazione dell'ordine impartito dal questore ai sensi del comma 5-bis, é punito con la reclusione da uno a quattro anni se l'espulsione é stata disposta per ingresso illegale sul territorio nazionale ai sensi dell'art. 13, comma 2, lettere a) e c), ovvero per non aver richiesto il permesso di soggiorno nel termine prescritto in assenza di cause di forza maggiore, ovvero per essere stato il permesso revocato o annullato. Si applica la pena dell'arresto da sei mesi ad un anno se l'espulsione é stata disposta perché il permesso di soggiorno é scaduto da più di sessanta giorni e non ne é stato richiesto il rinnovo. In ogni caso si procede all'adozione di un nuovo provvedimento di espulsione con accompagnamento alla frontiera a mezzo della forza pubblica .

(2) Art. 14 comma 5 bis.

Quando non sia stato possibile trattenere lo straniero presso un centro di permanenza temporanea, ovvero siano trascorsi i termini di permanenza senza aver eseguito l'espulsione o il respingimento, il questore ordina allo straniero di lasciare il territorio dello Stato entro il termine di cinque giorni. L'ordine é dato con provvedimento scritto, recante l'indicazione delle conseguenze penali della sua trasgressione .


Avv. Carlo Alberto Zaina
Avvocato
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