L'Avvocato europeo e il caso Wilson - Sentenza Corte UE, 19 settembre 2006, C-506/04 - diritto di stabilimento
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Articolo del 21/09/2006 Autore Avv. Emanuele Traversa Altri articoli dell'autore


Premessa

Negli ultimi mesi si è parlato spesso di liberalizzazione delle professioni legali, grazie alla quale si dovrebbe realizzare un sistema di maggiore concorrenza e qualità nella professione di Avvocato.

In materia il recente Decreto Bersani, convertito con modifiche in Legge 4 agosto 2006, n. 248 , ha introdotto una serie di novità in materia di onorari, rapporti con il cliente, ecc., le quali hanno dato il via ad un'aspra polemica sull'efficacia delle nuove disposizioni nella realizzazione di un sistema maggiormente competitivo ed efficiente.

In tema di esercizio della professione legale, negli Stati membri dell'Unione Europea, è intervenuta di recente la Corte di Giustizia di Lussemburgo, la quale ha pronunciato in merito alla possibilità per un avvocato di esercitare liberamente la professione legale, senza dover provare la conoscenza della lingua dello Stato ospite.

I Giudici di Lussemburgo hanno statuito l'incompatibilità con il Diritto Comunitario (Direttiva 98/05CE), di una preliminare verifica delle conoscenze linguistiche di un Avvocato che intenda svolgere la libera professione in un Paese membro diverso da quello ove lo stesso abbia conseguito l'abilitazione.

1. Il caso

La vicenda in esame origina dalla richiesta presentata da Graham J. Wilson, Barrister britannico, al Conseil de l'Ordre des Avocats du Barreau de Luxembourg (Consiglio dell'Ordine degli Avvocati del Foro di Lussemburgo), volta ad ottenere l'iscrizione all'Albo degli Avvocati locale.

In data 29 aprile 2003, l'istante veniva convocato, dal predetto Consiglio dell'Ordine, per sostenere il colloquio di cui all' art. 3 , della Legge 13 novembre 2002.

Detto articolo al n. 2 dispone:

«Il Consiglio dell'ordine degli avvocati del Granducato di Lussemburgo, cui l'avvocato europeo presenti istanza di poter esercitare con il suo titolo professionale d'origine, procede all'iscrizione dell'avvocato europeo all'albo degli avvocati di tale ordine al termine di un colloquio che permette al Consiglio dell'ordine di verificare che l'avvocato europeo abbia la padronanza almeno delle lingue di cui all'art. 6, n. 1, lett. d), della Legge 10 agosto 1991 , dietro presentazione dei documenti elencati all'art. 6, n. 1, lett. a), c), prima frase, e d) della Legge 10 agosto 1991 e dell'attestato di iscrizione dell'avvocato europeo presso l'autorità competente dello Stato membro d'origine (…)».

Il giorno stabilito il sig. Wilson si presentava a tale colloquio accompagnato da un Avvocato lussemburghese, ma il Consiglio dell'Ordine non consentiva che quest'ultimo assistesse a tale colloquio.

Con successiva lettera, il Conseil de l'Ordre informava il Sig. Wilson della decisione di negargli l'iscrizione all'elenco IV dell'Ordine degli Avvocati, in ragione del suo rifiuto a sostenere il colloquio in assenza del suo Avvocato, fatto per cui il Conseil de l'Ordre non sarebbe stato in grado di valutare le conoscenze linguistiche del Sig. Wilson.

La lettera informava peraltro il Sig. Wilson sui mezzi di ricorso opponibili alla predetta decisione in forza dell'art. 26, n. 7, della legge del 1991, da proporsi al Conseil disciplinaire et administratif (Consiglio disciplinare ed amministrativo)

Il Barrister inglese proponeva ricorso di annullamento al Tribunal Administratif (Tribunale amministrativo), adducendo a motivo il fatto che il ricorso giurisdizionale previsto dinanzi al Conseil disciplinaire et administratif , oltre a non essere conforme ai requisiti del diritto comunitario, non presenta neppure le garanzie di cui all'art. 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo (1) e che, in ragione della competenza di «riserva» del Tribunal Administratif , sarebbe stato quest'ultimo competente a conoscere dell'istanza.

Il Giudice Amministrativo declinava la propria competenza, cosicché il Sig. Wilson appellava la Sentenza di primo grado innanzi alla Cour Administratif (Corte d'Appello).

Il Giudice d'Appello, al fine di decidere sulla competenza della giurisdizione amministrativa e, con ciò, sulla propria competenza, ha ritenuto necessaria un'interpretazione dell'art. 9, n. 2, della direttiva 98/5/CE. Inoltre evidenziava le proprie perplessità sulla compatibilità, delle garanzie di tale direttiva, con la predetta prova linguistica.

Con Ordinanza 7 dicembre 2004, la Cour Administratif sospende il procedimento, e sottopone quattro questioni pregiudiziali, ex art. 234 del Trattato CE (2), alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea.

Le quattro pregiudiziali possono essere così sintetizzate:

● se l'art. 9 della direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 16 febbraio 1998, 98/5/CE, volta a facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica, debba essere interpretato nel senso che esclude un procedimento di ricorso quale quello previsto dalla Legge 10 agosto 1991, come modificata dalla Legge 13 novembre 2002;

● se la possibilità di adire organi di ricorso quali il Conseil Disciplinaire et Administratif e il Conseil Disciplinaire et Administratif d'Appel rappresenti un mezzo di «ricorso giurisdizionale di diritto interno» ai sensi dell'art. 9 della direttiva 98/5/CE e se l'art. 9 debba essere interpretato nel senso che esclude un mezzo di ricorso che impone di adire uno o più organi di tale natura prima di poter adire su una questione di diritto una corte o un tribunale ai sensi dell'art. 9;

● Se le autorità competenti di uno Stato membro siano autorizzate a subordinare il diritto di un avvocato di uno Stato membro di esercitare in modo permanente la professione di avvocato con il proprio titolo professionale di origine, nei settori di attività previsti dall'art. 5 della direttiva 98/5/CE, al requisito della conoscenza delle lingue di tale Stato membro;

● Se le autorità competenti possano prevedere che tale diritto di esercizio della professione sia subordinato al superamento, da parte dell'avvocato, di un esame orale di lingua in tutte o in alcune delle tre lingue principali dello Stato membro ospitante, al fine di consentire alle autorità competenti di verificare se l'avvocato conosca le tre lingue e, in tal caso, quali debbano essere le garanzie procedurali eventualmente richieste.

I Giudici di Lussemburgo, con la decisione in parola, dopo aver analizzato le norme comunitarie e di diritto interno, procedono a vagliare la compatibilità, in uno spazio di diritto comune europeo, di una normativa statale che introduca limiti all'esercizio della libertà di stabilimento prevista dal Trattato CE.

2. L'iter logico-giuridico della Sentenza

La Corte ripartisce le problematiche sottopostele in due gruppi. Il primo concerne l'interpretazione della nozione di ricorso giurisdizionale di diritto interno ai sensi dell'art. 9 della Direttiva 98/5 (3), con riferimento ad una procedura di ricorso come quella prevista dalla normativa lussemburghese.

Il secondo riguarda la verifica della compatibilità con il Diritto Comunitario di una legislazione statale che subordini l'esercizio della professione legale, sul proprio territorio, da parte di avvocato di un altro Stato membro, alla conoscenza dell'idioma dello Stato stesso.

Il Giudice Europeo rileva come dall'art. 9 della Direttiva 98/5/CE si evince che:

«gli Stati membri sono tenuti ad adottare provvedimenti sufficientemente efficaci per raggiungere lo scopo della Direttiva 98/5 e a garantire che i diritti in tal modo attribuiti possano essere effettivamente fatti valere dagli interessati dinanzi ai giudici nazionali».

Il controllo giurisdizionale previsto da detta disposizione è espressione di un principio di effettività della tutela, il quale deriva dalle tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri. In particolare occorre fare riferimento alla nozione di giudice come individuata dalla giurisprudenza comunitaria; quest'ultima ha enucleato una serie di requisiti che l'organo deve possedere, onde poter garantire una tutela effettiva dei diritti enunciati nella Direttiva di cui sopra.

Tra le caratteristiche che il giudice deve possedere, in ruolo di primaria importanza è svolto dall'indipendenza (4) e imparzialità.

«La nozione di indipendenza» , sottolinea la Corte , «implica innanzi tutto che l'organo interessato si trovi in posizione di terzietà rispetto all'autorità che ha adottato la decisione oggetto del ricorso».

L'organo de quo va tutelato da pressioni esterne che potrebbero far vacillare l'indipendenza di giudizio dei membri cui viene sottoposta la decisione, per questo motivo sono opportuni strumenti di garanzia come l'inamovibilità.

Occorre inoltre che il Giudice si ponga in posizione di equidistanza nei confronti delle parti e dei loro rispettivi interessi.

«Tali garanzie di indipendenza e di imparzialità» , precisano i Giudici di Lussemburgo, «implicano l'esistenza di disposizioni, relative (…) alla composizione dell'organo e alla nomina, durata delle funzioni, cause di astensione, di ricusazione e di revoca dei suoi membri, che consentano di fugare qualsiasi legittimo dubbio che i singoli possano nutrire in merito all'impermeabilità del detto organo rispetto a elementi esterni ed alla sua neutralità rispetto agli interessi contrapposti».

Sub specie i membri dell'organo che ha opposto diniego all'istanza d'iscrizione prefata e i componenti degli di controllo di prima e seconda istanza, sono tratti dallo stesso elenco I dell'Albo degli Avvocati, ragion per cui i controllati verrebbero ad assumere anche la qualità di controllori, con ciò generando fondati dubbi sulla loro imparzialità.

Alla luce di quanto sopra risulta palese la distorsione che si viene a determinare, con riguardo all'essenziale requisito dell'equidistanza e neutralità rispetto agli interessi in causa.

Precisano poi i Giudici della Corte di Giustizia come: « i timori suscitati da tali norme in materia di composizione non possono essere fugati dalla possibilità di esperire un ricorso in cassazione , prevista dall'art. 29, n. 1, della Legge 10 agosto 1991, avverso le sentenze del Conseil Disciplinaire et Administratif d'Appel ».

Questo perchè il giudizio della Cour de Cassation del Granducato di Lussemburgo non si estende al fatto, trattandosi di valutazione limitata al diritto, di modo che non viene attuata una piena giurisdizione.

La Corte conclude nel senso della non riconducibilità di un sistema di rimedi giudiziali, quale quello previsto dalla normativa lussemburghese, alla nozione di organo giudicante di cui all'art. 234 del Trattato C.E.

In relazione alle prime due questioni pregiudiziali la Corte statuisce che:

«L'art. 9 della Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio 16 febbraio 1998, 98/5/CE, volta a facilitare l'esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica, va interpretato nel senso che osta ad un procedimento di ricorso nel contesto del quale la decisione di diniego dell'iscrizione di cui all'art. 3 della detta direttiva deve essere contestata, in primo grado, dinanzi ad un organo composto esclusivamente di avvocati che esercitano con il titolo professionale dello Stato membro ospitante e, in appello, dinanzi ad un organo composto prevalentemente di siffatti avvocati, quando il ricorso in cassazione dinanzi al giudice supremo di tale Stato membro consente un controllo giurisdizionale solo in diritto e non in fatto».

3. Libera circolazione e limiti imposti dalla legislazione nazionale di uno Stato membro

Al fine di risolvere la problematica sollevata dal Giudice a quo, la Corte evidenzia in primis come la precipua finalità della Direttiva 98/5/CE sia quella di porre fine alle disparità esistenti, nelle diverse legislazioni nazionali, in relazione ai requisiti per l'iscrizione presso le competenti autorità.

Tali disparità di situazioni danno luogo a trattamenti differenziati e a distorsioni della concorrenza fra gli Avvocati degli Stati membri, e ciò costituisce un evidente ostacolo alla realizzazione del principio di libera circolazione sancito dal Trattato C.E.

Un'azione comunitaria in materia mira, da un lato, a offrire agli avvocati un metodo più semplice, rispetto al sistema generale di riconoscimento, che consenta loro di integrarsi nella professione di uno Stato membro ospitante e, dall'altro, a rispondere alle esigenze di consulenza degli utenti del diritto in occasione di operazioni transfrontaliere (5).

La Corte dopo aver evidenziato come l'art. 3 della Direttiva in parola « abbia effettuato la completa armonizzazione dei requisiti preliminari richiesti ai fini dell'esercizio del diritto conferito dalla direttiva stessa» , ritiene che «la presentazione all'autorità competente dello Stato membro ospitante di un certificato di iscrizione presso l'autorità competente dello Stato membro d'origine risulta, in tal modo, l'unico requisito cui deve essere subordinata l'iscrizione dell'interessato nello Stato membro ospitante , che gli consente di esercitare la sua attività in quest'ultimo Stato membro con il suo titolo professionale d'origine».

Da questo passaggio della Sentenza in commento si evince l'orientamento della Corte di Giustizia in materia di libero esercizio della professione forense, il quale è volto a facilitare l'esercizio della professione all'interno del sistema europeo.

Infatti, secondo l'interpretazione fornita dall'autorevole Giudice, la Direttiva 98/5/CE non consente allo Stato ospitante di subordinare l'iscrizione di un Avvocato europeo, presso l'autorità competente, ad una previa valutazione della padronanza dell'idioma dello Stato stesso.

Il Giudice europeo precisa che tuttavia, con riferimento alle attività di rappresentanza e difesa del cliente in giudizio, gli Stati membri «possono imporre agli avvocati europei che esercitano con il proprio titolo professionale di origine , a termini dell'art. 5, n. 3, della Direttiva 98/5, di agire di concerto con un avvocato che eserciti dinanzi alla giurisdizione adita e il quale resta, eventualmente, responsabile nei confronti di tale giurisdizione, oppure con un «avoué » patrocinante dinanzi ad essa . Tale facoltà consente di ovviare ad eventuali carenze dell'avvocato europeo quanto alla padronanza delle lingue giudiziarie dello Stato membro ospitante».

Inoltre, per addivenire ad un'assimilazione dell'Avvocato europeo all'Avvocato dello Stato membro ospitante, occorre che l'interessato dimostri, ex art. 10 della Direttiva, di aver svolto un'attività effettiva e regolare, per un periodo non inferiore a tre anni, attinente al diritto dello Stato ospitante, ovvero, nell'ipotesi di durata inferiore, deve documentare ogni altra conoscenza, attività formativa o esperienza professionale inerente il prefato diritto .

Dette misure sono volte a far acquisire al professionista ,che intenda integrarsi nella professione dello Stato membro, quella familiarità con il diritto e la lingua locali che solo lo svolgimento di una concreta attività in merito permette.

A tutela poi degli utenti, l' art. 4 della Direttiva 98/5 CE stabilisce l'obbligo per gli Avvocati europei di esercitare nello Stato ospitante con il proprio titolo di origine, onde consentire all'assistito di operare un'immediata distinzione tra tali Avvocati e quelli integrati nel sistema interno dello Stato.

Il titolo deve essere indicato nella lingua o in una delle lingue ufficiali dello Stato membro di origine, comunque in modo comprensibile e tale da evitare confusioni con il titolo professionale dello Stato membro ospitante.

Così facendo, colui che si rivolge ad un Avvocato viene ictu oculi informato del fatto che il professionista cui affida la tutela dei propri interessi non ha conseguito la propria qualifica nello Stato membro, ergo non possiede necessariamente adeguate conoscenze linguistiche per la gestione della causa.

Inoltre ai sensi del combinato disposto degli articoli 6 e 7 della Direttiva, l'Avvocato europeo è tenuto ad osservare sia le regole professionali e deontologiche del proprio Paese, sia quelle stabilite nello Stato membro ospitante. In caso di violazione dei predetti obblighi l'Avvocato incorrerà nella responsabilità professionale e gli verranno applicate sanzioni disciplinari.

In relazione alla terza e quarta pregiudiziale la Corte di Giustizia conclude affermando che:

«L'art. 3 della Direttiva 98/5 deve essere interpretato nel senso che l'iscrizione di un avvocato presso l'autorità competente di uno Stato membro diverso da quello in cui egli ha acquisito la sua qualifica ai fini dell'esercizio, in tale Stato, della sua attività con il titolo professionale d'origine, non può essere subordinata ad un previo controllo della padronanza delle lingue dello Stato membro ospitante».

4. Considerazioni conclusive.

Caduto il mito dello Stato indipendente ed autosufficiente, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale gli Stati europei hanno avviato un processo d'integrazione, inizialmente orientato ai soli aspetti economici, il cd. mercato comune europeo, e in seguito volto a realizzare un'Unione Europea.

L'essenza del concetto di Unione Europea va rinvenuta in una comunione di tradizioni, storia, cultura, che va oltre la mera vicinanza geografica. Si tratta di una sorta di VolksGeist incarnato attraverso i secoli negli usi e costumi propri di una determinata civiltà.

Superando i particolarismi e i campanilismi sui quali erano arroccati i singoli Stati nel periodo precedente il processo d'integrazione europea, stiamo assistendo alla nascita di un nuovo modello, il quale indubbiamente si pone sulla rotta tracciata da precedenti esperienze, in primis quella degli Stati Uniti d'America, pur tuttavia differenziandosene a mano a mano che il nuovo organismo prende forma e si evolve.

Il singolo Stato, e con esso il diritto interno, non può che abdicare alla volontà della nuova Europa, la quale si profila come un superamento della vecchia concezione di Stati Uniti d'Europa, costituendo un entità che non può che arrecare benefici, sia dal punto di vista dell'economia e della finanza, sia dal punto di vista della tutela dei diritti e degli interessi di nuova generazione. Si pensi alle spinte comunitarie in materia di libera concorrenza, di libertà di stabilimento, di tutela della privacy, di cooperazione internazionale giudiziaria ecc.

Non vi è dubbio che il processo d'integrazione, o meglio la fusione progressiva degli ordinamenti sia oramai inarrestabile, e sempre più viene imposto a livello europeo, secondo un sistema che va oltre lo Stufenbau Kelseniano, uno s tandard di tutela delle posizioni dei cittadini europei che si pone quale momento essenziale nel processo di formazione del cittadino europeo.

Non si può essere miopi di fronte alle resistenze che i diversi ordinamenti interpongono in tale processo, tuttavia si tratta di difficoltà transeunti, che rallentano ma non possono arrestare il processo de quo .

Gli organi di giustizia dell'Unione Europea presidiano l'applicazione dei principi di integrazione, cooperazione, sussidiarietà, libertà, ecc., che hanno radici secolari, ma che mai come ora necessitano di essere sottoposti ad un processo di sostanziazione da parte degli stessi organi.

Il difficile lavorìo della giurisprudenza europea rappresenta un momento fondamentale per un'elaborazione concreta dei suddetti principi, infatti, come si è visto con la Sentenza commentata, la resistenza dell'ordinamento nazionale è stata superata proprio grazie all'intervento della Corte di Giustizia, che dispone del potere necessario per trasformare il concetto in regola.

Avv. Emanuele Traversa


Note:

(1) L' articolo 6 della C.E.D.U., relativo al diritto ad un processo equo, dispone:

1. Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale deciderà sia delle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che le venga rivolta. La sentenza deve essere resa pubblicamente, ma l'accesso alla sala d'udienza può essere vietato alla stampa e al pubblico durante tutto o parte del processo nell'interesse della morale, dell'ordine pubblico o della sicurezza nazionale in una società democratica, quando lo esigono gli interessi dei minori o la protezione della vita privata delle parti in causa, o nella misura giudicata strettamente necessaria dal tribunale, quando in circostanze speciali la pubblicità può pregiudicare gli interessi della giustizia.

2. Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata.

3. In particolare, ogni accusato ha diritto a:

- essere informato, nel più breve tempo possibile, in una lingua a lui comprensibile e in un modo dettagliato, della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico;

- disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie a preparare la sua difesa;

- difendersi personalmente o avere l'assistenza di un difensore di sua scelta e, se non ha i mezzi per retribuire un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d'ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia;

- esaminare o far esaminare i testimoni a carico ed ottenere la convocazione e l'esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico;

- farsi assistere gratuitamente da un interprete se non comprende o non parla la lingua usata all'udienza.

(2) L' art. 234 del Trattato C.E. stabilisce:

La Corte di giustizia è competente a pronunciarsi, in via pregiudiziale:

a) sull'interpretazione del presente trattato;

b) sulla validità e l'interpretazione degli atti compiuti dalle istituzioni della Comunità e della BCE;

c) sull'interpretazione degli statuti degli organismi creati con atto del Consiglio, quando sia previsto

dagli statuti stessi.

Quando una questione del genere è sollevata dinanzi ad una giurisdizione di uno degli Stati membri, tale giurisdizione può, qualora reputi necessaria per emanare la sua sentenza una decisione su questo punto,domandare alla Corte di giustizia di pronunciarsi sulla questione.

Quando una questione del genere è sollevata in un giudizio pendente davanti a una giurisdizione

nazionale, avverso le cui decisioni non possa proporsi un ricorso giurisdizionale di diritto interno,

tale giurisdizione è tenuta a rivolgersi alla Corte di giustizia.

(3)L' art. 9 della Direttiva 98/5/CE recita:

«Le decisioni con cui viene negata o revocata l'iscrizione di cui all'articolo 3 e le decisioni che infliggono sanzioni disciplinari devono essere motivate.

Tali decisioni sono soggette a ricorso giurisdizionale di diritto interno».

(4) Cfr. le conclusioni dell'Avvocato Generale C. Stix-Hackl , che, al punto 46 , sottolinea che «l'indipendenza è la principale caratteristica che distingue un giudice nazionale da un'autorità amministrativa». In dottrina vedi L. DITTRICH , Incompatibilità, astensione e ricusazione del giudice civile , Padova, 1991, pag. 57 e ss. In giurisprudenza, cfr. Sentenza 11 giugno 1987, Causa 14/86, Pretore di Salò (Racc. pag. 2545, punto7) nonché le conclusioni dell'Avvocato Generale Ruiz-Jarabo Colomer , nella causa De Coster (Sentenza 29 novembre 2001, Causa C-17/00, De Coster, Racc. pag. ‑9445, paragrafo 17).

(5) Così il punto 64 della Sentenza Corte di Giustizia 7 novembre 2000, C-168/98 –Lussemburgo c. Parlamento Europeo e Consiglio dell'U.E.


Avv. Emanuele Traversa
Praticante legale
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