La nuova "legittima difesa" e il "far west"
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Articolo del 10/09/2006 Autore Dott. Simone Macrì Altri articoli dell'autore


I progetti di riforma della legittima difesa, susseguitisi negli anni 90 del secolo scorso, oltre a voler introdurre elementi soggettivi nella struttura dell'art. 52 c.p., si sono soffermati in tema di proporzione, per precisare l'oggetto del giudizio ed i criteri per la sua effettuazione.

L'attenzione al tema del giudizio di proporzione è dovuta alla considerazione che si tratta di un requisito talmente elastico da poter sconfinare nel soggettivismo dell'interpretazione della norma e nell'arbitrio nella definizione del giudizio. Dunque si cercherebbe di evitare l'inconveniente delle contraddittorie interpretazioni giurisprudenziali e dottrinali.

Infatti, se la norma contiene un requisito molto elastico, i giudizi dei giudici di merito si discosteranno di poco nei cosiddetti casi di prassi, mentre si discosteranno di molto nei cosiddetti “casi limite”, contravvenendo all'art. 3 della Costituzione (e provocando profonde polemiche a livello politico e di opinione pubblica).

Dunque per capire sino in fondo la bontà e i risultati che potrebbe portare una nuova riforma nell'ambito di questo istituto, bisognerà verificare l'applicazione della nuova normativa sui cosiddetti casi limite.

Oggi giorno, come tutti sanno, la legittima difesa è stata riformata dalla Legge 13 febbraio 2006, n. 59.

La nuova normativa prevede che all'articolo 52 del codice penale sono aggiunti i seguenti commi: “Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:a) la propria o altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione.

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.

Analizzando queste disposizioni, si vede, nelle ipotesi sopra descritte, che il concetto di proporzione tra offesa e difesa è rimesso in discussione.

Il requisito della proporzione tra aggressione e reazione (nei casi su indicati) nella formulazione anteriore alla legge 59/06, sussiste quando il male inflitto all'aggressore è inferiore, uguale o tollerabilmente superiore al male da lui minacciato.

Si è discusso in dottrina (in riferimento alla vecchia normativa) se la proporzione debba intercorrere fra il "bene" minacciato dall'aggressore e quello leso dall'aggredito, oppure se il giudizio di proporzione debba riguardare i "mezzi" a disposizione dell'aggredito e quelli da lui usati .

La teoria della proporzione tra i mezzi, è stata, tralasciata dalla dottrina, perché si arriverebbe all'assurdo di legittimare l'azione di "un soggetto che spara dalla finestra, non avendo altro mezzo, a chi malignamente nel suo giardino tenti di ammazzare un cane di sua proprietà".

Tale opinione è stata definita a ragione "feroce in quanto rispecchia un esasperante individualismo, frutto di una precisa deduzione logica dal principio che la proporzione debba riguardare esclusivamente i mezzi, indipendentemente da ogni considerazione relativa all'importanza dei beni tra loro in conflitto. Non è sostenibile che la vita dell'uomo possa essere posta sullo stesso piano della vita di un cane".

La tesi della proporzione riferita ai mezzi è suscettibile di critiche, giacché aderendo ad essa si giungerebbe alla conclusione che per difendere un diritto patrimoniale possa essere giustificata anche la lesione di un bene come la vita o l'integrità fisica; cioè significherebbe sovvertire la gerarchia dei valori costituzionalmente garantita.

Del resto, l'art. 2 della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo colloca al primo posto della gerarchia dei valori i diritti inviolabili della persona e stabilisce che la morte non è considerata illecita quando è assolutamente imposta dalla necessità di difendersi da una violenza illegittima.

Pertanto, se l'art. 2 della Convenzione Europea opera all'interno del nostro ordinamento giuridico, il requisito indispensabile per riconoscere la legittimità della morte inflitta ad altri è la necessità di respingere una grave violenza alla propria persona.

La conclusione è che non si può uccidere una persona o ledere l'integrità fisica della stessa per difendere un diritto di natura gerarchicamente inferiore.

Per contro, accogliendo la tesi della proporzione tra i beni, l'aggredito viene a trovarsi di fronte ad un limite preciso, al di là del quale non può irrompere: non gli è consentito ledere un bene dell'aggressore di valore maggiore di quello minacciato.

In questo modo si è inteso evitare che l'allargamento dello spazio aperto all'azione della scriminante venisse a legittimare situazioni caratterizzate da un'evidente sproporzione tra gli interessi in gioco (al margine, l'omicidio commesso per difendere un bene patrimoniale di tenue valore).

Per quanto concerne le modalità dell'accertamento della proporzione, questo va eseguito mediante un procedimento ex ante, cioè calandosi nel momento in cui si svolge l'azione e considerando tutte le circostanze del caso concreto.

Il raffronto concerne il bene dell'aggressore ed il bene dell'aggredito; tuttavia, poiché l'aggredito non è in grado di stabilire con esattezza l'entità del concreto pericolo e gli effetti della sua reazione, si ritiene esistere la proporzione nell'ipotesi in cui il male inflitto dall' aggredito sia di poco superiore a quello dell'aggressore.

In ogni caso, il giudizio sulla proporzione "non deve essere intesa in senso troppo assoluto, perché altrimenti non si potrebbe, per esempio, difendere la propria libertà sessuale, sacrificando la vita dell'aggressore; ma non potrà mai ammettersi che per salvare un bene di secondo ordine, se ne sopprima uno di primaria importanza.

Per tal modo non è da ritenere legittimo il fatto del proprietario agricolo che, in pieno giorno, uccida un ragazzo che si sia arrampicato su di un albero per rubare della frutta. Se egli dispone soltanto di un fucile, potrà sparare per intimidire o al massimo per ferire, ma non potrà mai giungere fino a distruggere una vita umana per salvare un semplice bene patrimoniale. Diverso è naturalmente il caso in cui il ladro metta in serio pericolo l'esistenza dell'aggredito”.

Con la nuova disposizione si introdurrebbe una deroga al requisito di proporzione tra aggressione e reazione (basato sul giudizio dei beni a confronto), e si consentirebbe una valutazione di proporzione ancora più ampia della teoria dei mezzi a disposizione.

Infatti, secondo quest'ultima teoria, nella situazione in cui ci si trovasse di fronte un ladro (che potrebbe essere anche un minorenne “disarmato”) entrato clandestinamente in casa e per difenderci da una sua eventuale aggressione o per comunque dissuaderlo dal rubare, si avesse a disposizione un bastone e un fucile in casa, il giudice, facendo una valutazione ex-ante (ed accertato che il ladro era certamente disarmato), avrebbe accordato la legittima difesa solo se utilizzato il bastone anziché sparare colpi di fucile alle gambe (come potrebbe essere legittimato dalla nuova disposizione).

In effetti, chi ha un arma in casa o in un negozio sarebbe, e si sentirebbe, comunque, legittimato ad usarla nelle ipotesi sopra indicate, scavalcando quel giudizio di proporzione che garantiva certezza e legittimità.

Ma quello che preoccupa è il fatto che la ratio della legittima difesa, è venuta stravolta.

Infatti, essa dovrebbe essere una delegazione di polizia che lo Stato fa al cittadino in ipotesi eccezionali.

Dunque visto che la nostra nazione è dotata di un imponente apparato di polizia che può soccorrere adeguatamente il cittadino, non può essere che in questo momento storico si rovescino le carte in tavola, cioè, che l'intervento della polizia diventi l'eccezione e l'autodifesa del cittadino la regola, perché si legittimerebbe anzitutto a non chiamare più la polizia in casi di movimenti sospetti fuori casa, per il solo fatto di sentirsi sicuri con un arma da fuoco in mano.

Il legislatore non si è reso conto che il tutto può portare a disordini, infatti bisogna anche dire che il cittadino in casa propria si sentirebbe in una “zona franca” e si sentirebbe legittimato ad usare armi anche in casi in cui non ci sarebbe affatto motivo.

Si può anche obiettare che l'uso di armi viene accordato al fine di colpire parti non vitali del presunto aggressore che ha violato il domicilio, ma noi sappiamo benissimo che un colpo di pistola, anche diretto a parti non vitali, può comportare conseguenze ancora più gravi di quelle che intende la norma (cioè il solo fine di rendere inoffensivo l'aggressore o il ladro..).

Sembra che la norma in esame si riavvicini all'ipotesi del “ fur nocturnus ” romano, in cui, chi nottetempo si introduceva clandestinamente nella sacertà della domus , aveva morte certa.

Storicamente parlando, la maggior delegazione di potestà di polizia ai cittadini, nelle varie epoche a sempre dimostrato un periodo fragilità e di sfiducia nelle istituzioni statali.

Sicuramente oggi giorno, non ci troviamo in una situazione interna ed internazionale non semplice, tutto e tutti siamo stati sconvolti dagli attentati dell'11 settembre 2001 alle “torri gemelle” a New York dell'11 marzo 2004 alla stazione di Madrid e gli attentati di Londra nel Luglio 2005, e tutti ci sentiamo meno sicuri.

Ma il fatto che la situazione interna (ad esempio per le rapine in case e ville) ed internazionale ci renda meno sicuri, e ci legittimi a chiedere una maggior protezione dello stato, non legittima lo stato stesso a liberarsi da questo suo compito delegandoci “poliziotti di noi stessi”.


Dott. Simone Macrì
Insegnante
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